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In genere negli Stati Uniti sono le elezioni di mid-term a rappresentare un primo test per l’amministrazione presidenziale a due anni dall’insediamento, ma per Joe Biden il primo campanello d’allarme è suonato a dodici mesi esatti dalla vittoria elettorale contro Donald Trump, a dieci mesi dall’insediamento alla Casa Bianca.

Virginia e Minneapolis danno uno schiaffo sonoro ai democratici e fanno tremare l’amministrazione. Il voto del Super Tuesday del 2 novembre ha infatti riservato forti amarezze per i democratici. Il partito dell’asinello non può nemmeno festeggiare le vittorie-bandiera di New York (secondo sindaco, Eric Adams, e primo procuratore generale, Alvin Bragg, di etnia afro-americana eletti a grande maggioranza), Pittsburgh (dove c’è stata l’elezione del primo sindaco afroamericano, Ed Gainey) e Boston (Michelle Wu scelta come primo sindaco donna e prima asiatica-americana a guidare la città). Questi risultati erano attesi e ritenuti acquisiti dai democratici. Lo stesso non si poteva dire della corsa per l’elezione del governatore della Virginia e per il referendum della campagna “Defund the Police” di Minneapolis, nata dopo i fatti legati all’omicidio di George Floyd nel 2020, che chiedeva lo smantellamento del locale Dipartimento di Polizia e di sostituirlo con una nuova divisione per la sicurezza pubblica concentrata più sul benessere, anche mentale, e sui servizi sociali.

In entrambi i casi i democratici hanno perso. A Minneapolis perde un Partito Democratico radicale, molto aperto alle voci provenienti dalla piazza, attento a costruire un’identità di portavoce della maggioranza delle minoranze più che a strutturarsi come forza politica, intriso di cancel culture e di politicamente corretto: il referendum è stato bocciato in una città ad ampia maggioranza democratica. In Virginia, invece, è stato sconfitto il Partito Democratico istituzionale. Nello Stato centrale per la creazione dell’identità politica americana, nell’epicentro del potere istituzionale e militare, nella terra di confine tra l’America liberal del New England e quella Dixie degli Stati del Sud a maggioranza repubblicana, di cui la vicina West Virginia è l’esempio classico, il repubblicano Glenn Yougnkin, trumpiano di ferro ed ex amministratore delegato del gruppo Carlyle, ha sconfitto di stretta misura con poco più del 50% dei voti contro il 48% dello sfidante l’ex governatore dem Terry McAuliffe, moderato tra i moderati.

Yougkin ha avuto gioco facile a mobilitare l’elettorato repubblicano delle contee della Virginia più profonda contro la minaccia del presunto socialism dell’amministrazione, utilizzando una retorica decisamente simile a quelle sfruttata dal senatore democratico della West Virginia, Joe Manchinper annacquare diverse proposte del suo partito a Capitol Hill.

Ebbene, non si può negare che il vero perdente di questa tornata elettorale sia Joe Biden che proprio in Virginia aveva vinto con un margine di 10 punti su Trump. Uomo di mediazione e compromesso che, da moderato con tendenze conservatrici per la media del campo dem, ha nell’ultimo anno e mezzo aperto ad alcune proposte dei radicali di sinistra, tanto di Bernie Sanders quanto della più barricadera ala che fa riferimento ad Alexandria Ocasio-Cortez, per conservare l’unità del partito. Una strategia che è servita a riconquistare la Casa Bianca contro il nemico comune Donald Trump. Ma che non basta per governare in una fase in cui la risposta emergenziale a Covid-19 e recessione ha lasciato spazio alla necessità di programmare strategicamente il futuro.

Dopo la rotta afghana Biden si è posto in una situazione di relativa debolezza. Messo sotto assedio dai dem più istituzionali e dai clintoniani di ferro per aver abdicato alla crociata dei diritti umani, attaccato dai Repubblicani che hanno scaricato sull’attuale inquilino della Casa Bianca le responsabilità della sconfitta nella guerra iniziata da George W. Bush e terminata sulla base di un accordo negoziato frettolosamente da Trump, assediato sul fronte interno e tirato per la giacca dalle varie anime democratiche. Mancando il fattore di mobilitazione, l’elettorato dem non è stato mantenuto coeso: e un terzo schiaffo potrebbe arrivare da una roccaforte dem per eccellenza, il New Jersey, in cui il governatore uscente Ed Murphy è too close to call con lo sfidante repubblicano Jack Ciattarelli in uno Stato in cui ci si aspettava una facile vittoria democratica.

Biden rischia di vedere la sua agenda frenata da questa disfatta politica che segue le problematiche della rotta afghana di agosto nel depotenziare la carica di discontinuità della sua presidenza. E la responsabilità rischia di cadere sulle sue spalle per la volontà perseguita con forza di tenere dentro lo stesso contenitore liberal del New England e giovani socialisti democratici urbani, dem conservatori degli Stati del Sud e progressisti della Silicon Valley, Rust Belt e California, minoranze diverse e esponenti dell’establishment Wasp. Una scommessa ambiziosa per il cui successo non ha aiutato la scelta di una vicepresidente, Kamala Harris, sino ad ora rivelatasi disastrosa, e per un cui eventuale fallimento Biden rischia di essere pesantemente delegittimato. A un anno da una vittoria che era stata salutata come la conclusione di una sfida per “l’anima dell’America” il risultato non è certo confortante per Biden, che paga le divisioni di un partito che ha provato a tenere coeso attorno alla sua figura. E che nel suo ridimensionamento scarica le sue tensioni sulla tenuta politica del comandante in capo.