Con le Primavere arabe si intendono quel sistema di proteste, rivolte popolari e anche vere e proprie guerre iniziate intorno al 2011 e che hanno coinvolto la maggior parte del Nord Africa e del alcuni Paesi del Medio Oriente. Si tratta di un termine giornalistico, non di una definizione scientifica: se non altro perché non tutti i Paesi coinvolti si possono definire arabi. Ad ogni modo, per sfruttare un concetto noto al grande pubblico, si può semplificare usando questa dicitura.

Per molto tempo, le Primavere arabe sono state considerate sollevazioni popolari nate dalla necessità di interrompere la vita di alcuni regimi considerati anacronistici, fortemente oppressivi, incancreniti dalla corruzione e incapaci di rispondere alle esigenze del popolo, in parte delle generazioni più giovani. 

Nel 2011, con le esplosione delle rivolte, furono ben quattro capi di Stato a cadere. In Tunisia Zine El-Abidine Ben Ali, in Egitto Hosni Mubarak, in Libia Mu’ammar Gheddafi, catturato e ucciso dai ribelli il 20 ottobre 2011, in Yemen, un anno dopo, fu la volta di  Ali Abdullah Saleh. Nel frattempo, il fuoco delle rivolte assumeva i contorni di vere e proprie guerre, civili e non.

Fu così in Libia, dove la caduta di Gheddafi si è trasformata in una lotta fratricida fra milizie e bande armate e dove le potenze occidentali sono intervenute a sostegno dei rivoltosi. Fu così in Siria, dove le proteste, iniziate a Daraa, furono immediatamente prese come strumento per chiedere il rovesciamento di Bashar al Assad e il volano per i jihadisti per assumere il controllo dei primi rigurgiti di proteste. La rivolta si stava trasformando in una guerra. E i siriani non erano più i soli a parteciparvi: iniziava la guerra in Siria.

La regia degli Stati Uniti

Sono in molti ad aver individuato negli Stati Uniti, o, in generale, nell’Occidente, i responsabili della Primavera araba. Quello che si è detto, non da subito, ma dopo pochi mesi, che quelle proteste erano sì state autentiche, ma anche indotte. Nella maggior parte dei casi per abbattere leader scomodi alle potenze europee e agli Stati Uniti, in particolare Gheddafi e Assad. In questo senso, l’utilizzo dei media occidentali e di quelli degli alleati dell’Occidente in Medio Oriente – in particolare Al Jazeera– furono fondamentali.

Le proteste assunsero immediatamente i toni non delle rivolte, ma della rivoluzione. Le immagini erano precisamente quelle date dalla rete qatariota, la prima interessata alla caduta di alcuni governi avversari. E molte agenzie occidentali hanno iniziato ad assumere per veritiero quanto affermato da determinati organi di informazione panarabi e occidentali in Nord Africa e in Siria.

C’era una narrazione. E questa narrazione faceva comodo anche per giustificare gli interventi armati, specialmente a tutela delle violazioni dei diritti umani che stavano avvenendo nei territori coinvolti nelle proteste e nelle repressioni.

Molti puntarono immediatamente il dito sugli Stati Uniti, a quel tempo sotto l’amministrazione di Barack Obama. E in effetti l’America ha sostenuto le ondate di protesta. Lo hanno confermato i più importanti funzionari americani, lo confermano interviste, visite di Stato, dichiarazioni dello stesso presidente democratico. Gli Usa iniziarono a supportare le rivolte come modo per guadagnare la leadership sul futuro processo democratico che avrebbe coinvolto nei Paesi. Errore che ancora oggi viene pagato soprattutto da noi europei, che di quei Paesi siamo confinanti.

Ma è un errore che hanno ammesso gli stessi funzionari statunitensi. In particolare, bisogna ricordare le parole dell’ex direttore della Cia, John Brennan che, in un’intervista alla Cnn, confermò questo grave errore di calcolo da parte dell’amministrazione americana. “Penso che ci siano state aspettative molto poco realistiche a Washington, incluso in alcune parti dell’amministrazione, sul fatto che le Primavere arabe avrebbero fatto cadere questi regimi autoritari e che la democrazia avrebbe prosperato perché era quello che la gente vuole”. ” Ma il concetto di democrazia – continua Brennan – è qualcosa che non è realmente radicato in molte persone, nelle culture e nei Paesi là fuori”.

Ma nel frattempo, i governi sono caduti e i morti sono decine di migliaia. Interi Paesi sono andati distrutti, altri sono Stati tecnicamente falliti. Mentre altri hanno ripreso il controllo della situazione, come l’Egitto.

Il boomerang sulla Casa Bianca

I risultati delle Primavere arabe sono stati certamente diversi da quanto prospettato da molti strateghi sia arabi che occidentali. E a questo punto sorge il sospetto che queste rivolte siano effettivamente state utili all’Occidente. Sì, alcuni governi sono caduti. Ma possiamo definire un risultato concreto quanto raggiunto in questi anni?

In Tunisia, un governo fondamentalmente alleato dell’Occidente è stato rimpiazzato da un altro altrettanto legato a esso. Ora ci sono elezioni libere, il processo democratico è sicuramente più corretto. Ma sostanzialmente Washington non ha guadagnato molto né i suoi alleati. La Tunisia, oltre a essere un Paese piccolo, gioca un ruolo di secondo piano rispetto agli altri Stati dell’Africa settentrionale.

Per quanto riguarda la Libia, Gheddafi era un leader scomodo. Ma i piani per rovesciarlo e sostituirlo con un governo alleato dell’Occidente sono naufragati con una guerra sanguinaria in cui il Paese è diventato una sorta di territorio senza controllo governato in molti casi da milizie locali, altre volte da veri e propri terroristi, con l’Isis che minaccia direttamente il Mediterraneo centrale. La Libia non è stata una vittoria, a meno che per vittoria non intendiamo il caos assoluto. E oggi, anche i piani francesi e britannici sono diventati del tutto evanescenti, con la Russia che è riuscita a penetrare in Libia assumendo come partner il generale Khalifa Haftar.

In Egitto, la rivolta ha portato alla caduta di un regime alleato dell’Occidente come quello di Mubarak per avere prima un leader della Fratellanza musulmana legato a doppio filo con Qatar e Turchia come Mohamed Morsi. Dopo, la caduta di Morsi ha condotto all’ascesa di Abdel Fattah Al Sisi, controverso generale che con metodi repressivi ha praticamente negato ogni risultato della Primavera egiziana. Inoltre, i suoi legami con Cina e Russia sono molto più elevati di quelli intrattenuto da Mubarak. E Il Cairo, legato a sauditi e israeliani ma con forti rapporti con Mosca, ha raggiunto una sua peculiare autonomia d’azione.

Infine, in Siria, sta avvenendo esattamente il contrario di quanto sperato a Washington. Non solo prima a Damasco c’era un governo sostanzialmente appoggiato da tutto l’Occidente (i viaggi dei nostri capi di Stato e governo nella capitale siriana mostravano i forti legami fra Europa e Siria), ma adesso, con la guerra, hanno reso possibile all’Iran e alla Russia arrivare dove prima non avevano un potere così forte. Se prima la Siria era alleata della Russia e dell’Iran ma partner dell’Occidente, adesso la Siria ha basi permanenti russe nel Mediterraneo orientale e un legame sempre pi solido con Teheran.

E se la Russia fosse la vera vincitrice?

In tutto questo periodo di complessi ribaltamenti politici, l’unica vera potenza uscire vincitrice delle Primavere arabe è stata la Russia. Grazie alla sua mediazione (silenziosa) in Libia, al suo fondamentale intervento in Siria contro il terrorismo islamico e a sostegno di Assad e con la sua capacità di tessere legami con il governo egiziano, Vladimir Putin ha ottenuto in questi anni un ruolo che, fino al 2011 non aveva.

Il Medio Oriente, proprio con quelle primavere arabe cercate e sostenute dall’Occidente, ha in realtà consegnato alla Russia la capacità di essere una potenza leader, assegnando a Putin il ruolo di mediatore di una serie di conflitti dove la Russia era, fino a pochi anni fa, marginalizzata. Per capirlo, basta osservare il Medio Oriente prima delle guerre che lo hanno insanguinato e dopo. Oggi il Cremlino è partner di tutti e gli Stati Uniti “gendarmi” di quella regione seguono, nella maggior parte dei casi, la politica di Mosca.