Prima volta in Israele: Netanyahu respinge una sentenza della Corte Suprema, picconata alle istituzioni

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Una notizia che la dice lunga su ciò che accade in Israele sul pianto politico e istituzionale: per la prima volta nella storia del Paese, infatti, l’esecutivo dichiara esplicitamente di non voler ottemperare a una pronuncia dell’Alta Corte di Giustizia. Nelle scorse ore, il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha comunicato ufficialmente all’Alta Corte di Giustizia che non intende rispettare la sentenza relativa alla composizione del Consiglio della Seconda Autorità per la Televisione e la Radio, l’ente che regola il settore dell’emittenza commerciale nel Paese. Si tratta della prima dichiarazione esplicita di disobbedienza a una pronuncia della Corte Suprema israeliana, un atto che, secondo Haaretz, potrebbe configurare una vera e propria crisi costituzionale.

La sentenza, emessa lo scorso mese, stabiliva che il Consiglio della Seconda Autorità potesse continuare a operare nonostante le dimissioni di sei dei suoi membri, avvenute – secondo quanto accertato dalla Corte – in seguito alle pressioni esercitate dal ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi e dai suoi collaboratori. La Corte aveva inoltre disposto che le dimissioni non sarebbero state conteggiate ai fini del raggiungimento del numero legale minimo (i due terzi dei componenti) necessario per le deliberazioni, ritenendo che fossero state orchestrate per paralizzare deliberatamente l’attività dell’organismo.

Il governo sfida la Corte Suprema

Il ministro Karhi, insieme al ministro della Giustizia Yariv Levin, ha firmato la dichiarazione con cui il governo respinge la pronuncia dei giudici. «Il governo dichiara che non riconoscerà alcuna decisione, approvazione, nomina o azione intrapresa dal Consiglio della Seconda Autorità finché il consiglio stesso non soddisfi i requisiti minimi esplicitamente stabiliti dalla legge», si legge nel documento. I due ministri hanno inoltre sostenuto che la Corte «non ha alcuna autorità per calpestare la legge” e che “qualsiasi sentenza che contraddice la legge non sarà riconosciuta, e qualsiasi decisione presa sulla sua base sarà nulla».

Secondo il governo, la decisione dell’Alta Corte violerebbe una disposizione della legge del 1990 che istituisce la Seconda Autorità. Nella loro argomentazione, i ministri hanno affermato che «lo Stato di diritto obbliga tutte le autorità governative, compresa la Corte» e che «una sentenza che contraddice direttamente il chiaro dettato della legge non può conferire un’autorità che non esiste ai sensi di legge».

Opposizione all’attacco

La mossa dell’esecutivo ha scatenato dure reazioni nel panorama politico israeliano. L’ex primo ministro Naftali Bennett, leader del partito Insieme, ha dichiarato: «Sfidare una sentenza della Corte porta all’anarchia per le strade e allo smantellamento del nostro Paese».

Ancora più netto il giudizio di Yair Golan, leader del partito I Democratici, secondo cui la decisione di ignorare la sentenza dell’Alta Corte è «la mossa di apertura» in vista del giorno delle elezioni. «Questo governo sa di non avere alcuna possibilità di vincere le prossime elezioni, ed è per questo che sta conducendo una guerra contro lo Stato di diritto”, ha affermato Golan, aggiungendo che l’obiettivo è «normalizzare e provare la sfida alla Corte, per poter poi rifiutare di accettare i risultati elettorali e rinunciare al potere dopo essere stati sconfitti alle urne».

Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha dichiarato che «un governo che non accetta le sentenze dell’Alta Corte di Giustizia diventa immediatamente un governo illegittimo, le cui sentenze e decisioni non accetteremo». L’ex primo ministro Ehud Barak ha parlato di «dichiarazione di guerra allo Stato democratico di Israele», invitando alla disobbedienza civile.

Le questioni sul tavolo della Seconda Autorità

La disputa sul Consiglio della Seconda Autorità ha implicazioni concrete di grande rilievo per il panorama mediatico israeliano. L’ente è attualmente chiamato a decidere su due questioni delicate: la classificazione del canale conservatore Channel 14 come «canale piccolo» (status che garantisce agevolazioni ed esenzioni regolatorie) e l’acquisizione del canale Channel 13 da parte di un gruppo di investitori guidati dall’imprenditore Assaf Rappaport.

Proprio su quest’ultimo punto, secondo quanto riportato dal Times of Israel, il Consiglio dovrebbe esprimersi su un’operazione che vede coinvolti imprenditori hi-tech critici verso il governo, e le organizzazioni che hanno fatto ricorso alla Corte accusano Karhi e l’esecutivo di aver tentato di esercitare un controllo politico sul Consiglio proprio per ostacolare l’acquisizione.

La vicenda rappresenta l’ultimo, grave episodio di un conflitto ormai cronico e profondamente radicato tra il governo guidato da Benjamin Netanyahu e il sistema giudiziario israeliano, un braccio di ferro istituzionale che si protrae da anni e che ha progressivamente eroso i delicati equilibri democratici del Paese. Sebbene sia la prima volta che l’esecutivo dichiara in modo esplicito e frontale di non voler rispettare una sentenza della Corte Suprema, nella pratica il governo aveva già più volte aggirato o semplicemente ignorato pronunce giudiziarie precedenti, in particolare quelle riguardanti la spinosa questione dell’esenzione dal servizio militare per gli ultra-ortodossi (haredim). Ora la crisi istituzionale sembra essere imminente.

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