Tra i tanti ospiti ricevuti in questi giorni da Xi Jinping c’era anche un amico di vecchia data: Sergej Lavrov. Non si contano le visite oltre la Muraglia del ministro degli Esteri della Federazione Russa, diventato ormai un habitué della Grande Sala del Popolo da quando Mosca e Pechino hanno siglato la loro partnership senza limiti. Questa volta il tempismo della visita di Lavrov è stato però molto particolare per almeno due ragioni. L’alfiere diplomatico di Vladimir Putin ha preceduto di un paio di settimane l’arrivo in Cina di Donald Trump e, aspetto ancor più rilevante, ha preparato il successivo viaggio cinese dello stesso capo del Cremlino, che avverrà entro giugno.
Prima Lavrov, poi Trump, infine Putin: è insomma un’agenda di fuoco quella di Xi Jinping, impegnato in numerosi incontri diplomatici, foto di rito e strette di mano, e desideroso di spegnere quanto prima l’incendio appiccato da Stati Uniti e Israele in Medio Oriente. Anche attraverso la coordinazione con la Russia, che intanto compenserà la carenza energetica del Dragone generata dalla strozzatura dello Stretto Hormuz.
La visita di Lavrov in Cina e il dossier energetico
Lavrov aveva il compito di rafforzare i legami bilaterali con il Dragone e così è stato. Il tema più caldo, come detto, riguarda l’energia. La Cina ha bisogno di tanto petrolio e gas, e non ha alcuna intenzione di rischiare di incorrere in crisi di approvvigionamento per il conflitto in corso in Medio Oriente.
“La Russia può senza dubbio compensare la carenza di risorse che si è creata sia per la Repubblica Popolare Cinese sia per gli altri Paesi interessati a collaborare con noi”, ha spiegato il ministro degli Esteri russo. Dal canto suo, Xi Jinping ha esortato Cina e Russia a “sfruttare appieno i vantaggi della prossimità geografica e della complementarietà, ad approfondire la cooperazione a tutto tondo e a rafforzare la resilienza dello sviluppo reciproco”. “Entrambe le parti dovrebbero mantenere la concentrazione strategica, fidarsi l’una dell’altra, sostenersi a vicenda e svilupparsi insieme”, ha quindi aggiunto il leader cinese.
Lavrov ha anche incontrato il suo omologo pechinese, Wang Yi, con il quale ha avuto – riferiscono i comunicati ufficiali – “approfonditi scambi di opinioni sul conflitto tra Stati Uniti e Iran, sulla situazione nella regione Asia-Pacifico, sulla crisi ucraina” e su altre questioni, oltre ad aver discusso dei piani per un incontro tra Putin e Xi da attuare entro giugno.
Putin, Trump, petrolio e gas
C’è chi fa notare come gli interessi di Russia e Cina possano divergere sulla guerra in Iran. Il motivo? Gli alti prezzi dell’energia sono tanto destabilizzanti per l’economia cinese quanto una manna dal cielo per Mosca, che, vendendo più petrolio e gas, è in grado di finanziare la sua economia vessata da anni di logoranti combattimenti in Ucraina.
Il minimo comune denominatore che lega Pechino e Mosca – bilanciare lo strapotere statunitense – è tuttavia ancora ben solido. Già, perché il Cremlino è in grado di aumentare le forniture di greggio e Gnl attraverso oleodotti, petroliere e ferrovie.
A proposito, come ha spiegato l’Amministrazione generale cinese delle dogane, il gasdotto Power of Siberia 1 opera leggermente al di sopra della sua capacità. I volumi di Gnl russo destinati al Dragone sono in costante aumento e nel 2025 hanno raggiunto i 9,8 milioni di tonnellate nel 2025 (+18% su base annua).
Ci sarebbe poi da considerare il Power of Siberia 2, ancora però nella fase di work in progress. L’infrastruttura, una volta che sarà terminata, offrirà al Cremlino la possibilità di dirottare in Asia circa un terzo del gas precedentemente trasportato in Europa. E nel continente asiatico ci sono già molti Paesi che hanno chiesto l’aiuto energetico di Putin. Anche sodali partner statunitensi.