“Fate sapere al mondo quello che l’Iran sta facendo al mio Paese”: sono queste le parole scritte da una fonte anonima a corredo delle 700 pagine di file segreti finite nelle mani dell’americano The Intercept e pubblicate dal New York Times. I leaked cables redatti dal ministero dell’Intelligence iraniana tra il 2014 e il 2015 appena resi pubblici fanno luce sull’estensione dell’influenza dell’Iran in Iraq, evidenziando il lavoro delle “spie iraniane nel cooptare i leader del Paese, pagare agenti iracheni che lavorano per gli Usa affinché passassero dalla loro parte e infiltrare ogni aspetto della vita politica, economica e religiosa dell’Iraq”.

L’espansione di Teheran in territorio iracheno è stata facilitata dall’esistenza di legami pregressi con importanti personaggi dell’Iraq tanto a livello politico quanto militare nati durante gli anni del regime di Saddam Hussein e che proprio a seguito della sua caduta hanno conquistato il potere nel Paese. Ripagando così l’impegno iraniano nei loro confronti. Nei file sono presenti i nomi di alcune persone aventi “una speciale relazione” con l’Iran, tra cui lo stesso premier Abdul Mahdi, anche se non è chiaro in cosa effettivamente consista questo legame privilegiato. Incerto è anche l’esito dei tentativi dell’Iran di corrompere alcuni funzionari americane per avere informazioni dall’interno del Dipartimento di Stato Usa. Quel che è invece certo è che l’Iran ha saputo approfittare della debolezza degli Usa, della guerra all’Isis e delle divisioni settarie per imporre il proprio volere in Iraq, infiltrandosi tanto nel sistema politico quanto in quello economico del suo vicino.

Evitare lo sgretolamento dell’Iraq

Uno degli obiettivi principali del lavoro dell’intelligence iraniana era prevenire il disfacimento dell’Iraq a seguito dell’invasione americana del 2003 e del ritiro delle truppe Usa avvenuto nel 2011. Teheran temeva prima di tutto lo scoppio di una guerra settaria che avrebbe portato a una nuova ondata di violenze contro gli sciiti, ma i documenti rivelano anche il lavoro dell’Iran nel bloccare la nascita di un Kurdistan indipendente. Un simile scenario, oltre a destabilizzare un già poco stabile Iraq, avrebbero potuto mettere in pericolo l’integrità territoriale dell’Iran stesso, ben poco propenso a riconoscere qualsivoglia forma di autonomia ai curdi presenti nel proprio territorio.

I documenti trapelati sono utili anche per capire meglio lo scenario post-invasione e soprattutto post-ritiro Usa dall’Iraq e come l’Iran sia riuscito non solo a prendere il posto degli Stati Uniti, ma anche a mantenere costante la sua influenza anche durante la guerra. L’Iraq, spiega il Nyt, “è caduto sotto l’influenza dell’Iran a partire dall’invasione americana del 2003” e Teheran è riuscito “a trasformato il Paese in un punto di passaggio del potere iraniano, collegando il dominio geografico della Repubblica islamica dalle rive del Golfo Persico fino al Mar Mediterraneo”. La cattiva gestione del conflitto da parte degli Usa e soprattutto la mancanza di un piano per il futuro hanno contribuito ad avvicinare la parte sciita dell’Iraq all’Iran in cerca di protezione per paura di ritorsioni da parte dei sunniti, rimasti senza potere ed epurati dagli apparati politico-militare dagli americani. Un timore che emerge con maggior forza quando l’Isis prende il controllo del Paese e di cui il generale Qassim Soleimani saprà approfittare. Inoltre sarà proprio il ritiro Usa e la mancanza di protezione offerta a chi fino a quel momento aveva lavorato per l’amministrazione americana (Cia compresa) a spingere gli ex collaboratori a passare informazioni all’Iran sulle operazioni statunitensi in territorio iracheno.

L’importanza della religione

Anche la religione ha svolto un ruolo importante nell’espansione dell’influenza iraniana in Iraq. Teheran infatti ha fatto leva sulla fede comune, “aprendo nelle città sacre del Paese vicino uffici religiosi”, “appendendo per le strade immagini dell’Ayatollah Khomeini” e inviando giovani studenti iraniani a studiare nei seminari iracheni. Il lavoro dell’intelligence iraniana si è concentrato soprattutto sul sud dell’Iraq, la zona più difficile da controllare e che attualmente si sta maggiormente ribellando contro Baghdad e i politici locali notoriamente legati al Paese degli Ayatollah.

La scelta del premier

I file relativi al controllo politico dell’Iraq offrono dettagli interessanti sull’influenza iraniana all’interno delle istituzioni irachene. Un momento particolarmente delicato riguarda l’elezione del premier nel 2014, anno in cui il ruolo di primo ministro viene ricoperto da Haider al-Abadi. Considerato inizialmente un uomo vicino agli Stati Uniti e sostituto di al Maliki, che vantava invece stretti legami con l’Iran, al-Abadi inizialmente preoccupa Teheran, ma un anno dopo i timori spariscono. Nei file del 2015, secondo quanto riporta il Nyt, si legge che il nuovo premier “vuole avere un rapporto confidenziale con l’intelligence iraniana” e che a questo proposito partecipa a un incontro con un funzionario dell’Iran: i due concordano sul fatto che bisogna approfittare del conflitto interno tra sunniti e sciiti per aumentare i rispettivi poteri. Contattato dal giornale americano, l’ex premier non ha voluto rilasciare alcun commento sul presunto incontro con i funzionari iraniani.

Il Nyt conclude che “nessun politico iracheno può diventare primo ministro senza la benedizione dell’Iran”, come dimostrerebbe non solo l’elezione di al-Abadi, ma soprattutto quella nel 2018 di Mahdi, “visto come un candidato di compromesso accettabile sia per l’Iran che per gli Stati Uniti” e molto vicino a Teheran.

La lotta all’Isis

Anche la guerra contro l’Isis ha contribuito all’espansione dell’influenza iraniana in Iraq, ma non solo. A trarre un vantaggio personale dalla lotta allo Stato islamico è stato soprattutto Qassim Soleimani, leader delle Guardie rivoluzionarie: il ministero dell’Intelligence, secondo quanto riportato nei file, riteneva che il generale stesse approfittando della situazione per promuovere se stesso in vista di un’ascesa politica in patria. Tuttavia, in generale si può affermare che l’intervento in Iraq contro i jihadisti ha rafforzato la presenza iraniana nel Paese e ha permesso ancora una volta a Teheran di surclassare gli Stati Uniti, che secondo i politici iraniani erano tornati in Iraq anche per raccogliere nuove informazioni sul Paese degli Ayatollah.

Cosa vuol dire la fuga di notizie

I file però rivelano anche la complessità del panorama politico interno all’Iran e l’esistenza di fazioni contrapposte e con idee diverse circa la gestione dell’Iraq. Non tutti concordano con le politiche messe in campo per cooptare Baghdad e la stessa l’intelligence si è dimostrata particolarmente critica nei confronti di Soleimani e delle forze Quds, condividendo quindi le stesse preoccupazioni degli Stati Uniti nella gestione della lotta all’Isis. Un dettaglio non da poco, che dà l’idea delle “divisioni tra gli elementi più moderati vicini al presidente Hassan Rouhani e la fazione militare affiliata alle Guardie rivoluzionarie”. Se il contenuto dei file è ovviamente di grande importanza per capire la portata dell’influenza iraniana in Iraq, non va dimenticato che siamo di fronte al primo caso di fuga di notizie dall’Iran, segno – forse – di un malcontento non più così latente.

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