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Un mese fa, a Pechino, si erano a stento stretti la mano in un corridoio. Nei giorni scorsi, a Dushanbè (capitale del Tagikistan), durante il vertice Russia-Asia Centrale, baci, abbracci (be’, baci no) e sorrisi. Che cos’è successo, dunque, per far cambiare così radicalmente i rapporti tra Vladimir Putin e il presidente dell’Azerbaigian Ilham Alyev?

Lo smottamento delle relazioni tra i due Paesi era cominciato il 25 dicembre del 2024, quando il volo Azerbaigian Airlines 8243, in viaggio da Baku (capitale azera) verso Grozny (capoluogo della Repubblica russa di Cecenia), era stato danneggiato dall’esplosione di missili russi che cercavano di intercettare dei droni ucraini diretti, appunto, verso l’aeroporto di Grozny. Quella del velivolo azero era stata una lunga agonia: i piloti avevano lanciato la prima emergenza alle 8,16, l’aereo era poi precipitato alle 11,30 a tre chilometri dall’aeroporto di Aktau, in Kazakstan, dove stava cercando un atterraggio di fortuna. Delle 67 persone a bordo (62 passeggeri e 5 membri dell’equipaggio; 37 azeri, 16 russi, 6 Okazaki e 3 Kirghizistan) ne sopravvissero 29. All’inizio la Russia cercò di fare melina, complice anche il fatto che col primo allarme i piloti avevano chiamato in causa l’impatto con uno stormo di uccelli, ma presto la dinamica dell’accaduto apparve piuttosto chiara. E l’Azerbaigian fu durissimo nel chiedere chiarezza e assunzione di responsabilità, facendo persino balenare la possibilità di fornire armi all’Ucraina.

Nei giorni scorsi, la distensione era stata annunciata dalla telefonata di auguri di Alyev a Putin nel giorno del suo 73° compleanno. Poi, quasi un anno dopo, le scuse ufficiali di Putin, che ha anche promesso di risarcire tutte le vittime. Alyev lo ha altrettanto pubblicamente ringraziato per aver coordinato personalmente le indagini sull’accaduto. A seguire, la scarcerazione di un giornalista russo arrestato mesi fa a Baku e quella di un esponente della comunità azera in Russia, anche lui finito in galera nella piccola guerra di ritorsioni.

La sconfitta diplomatica del Cremlino

Questa la cronaca. Ma l’indubbia sconfitta diplomatica, ai bordi dell’umiliazione, subita da Putin si spiega anche e soprattutto con il quadro internazionale e con la progressiva perdita di influenza sul Caucaso meridionale, dovuta anche al preponderante peso dell’impegno in Ucraina. Il Cremlino ha dovuto prendere atto della penetrazione della Turchia, l’alleato che ha consentito all’Azerbaigian, con il suo appoggio, di riconquistare il Nagorno Karabakh. E poi di quella degli Usa di Donald Trump: l’Armenia prima ha deciso di lasciate l’Organizzazione per il Trattato di sicurezza collettiva (CSTO), l’alleanza militare a guida russa cui il premier armeno Nikol Pashinyan imputa di non essere intervenuta per difendere il Nagorno Karabakh; poi ha abbracciato la mediazione di Trump, siglando con l’Azerbaigian un trattato di pace che prevede la creazione della Rotta Trump per la Pace e la Prosperità Internazionale (un corridoio per collegare il territorio azero a quello ex-armeno del Nagorno) e tutta una serie di accordi con gli Usa nei settori dell’energia, della tecnologia e dell’economia.

Putin cerca ora di metterci una pezza (di recente la Russia ha anche consegnato tonnellate di aiuti umanitari all’Armenia), anche perché non può rischiare, indirettamente, di compromettere le relazioni di reciproca convenienza (economica e politica) con la Turchia e quelle, più avventurose ma non ancora compromesse, con gli Usa di Trump. Anche se gli strumenti del Cremlino, almeno in questa fase, sembrano piuttosto spuntati.

Quello che sarebbe interessante capire è, invece, che cosa abbia spinto la dirigenza azera, oggi più che mai in posizione di forza (il suo principale partner commerciale è la Ue, alla quale da solo fornisce il 5% del fabbisogno di gas), a cercare una composizione dei rapporti con l’orso russo in difficoltà. Composizione esaltata, a Baku, da tutti i media di regime. C’entra la convenienza economica, ovvio: pecunia non olet e, a dispetto di tutti i contrasti, il commercio bilaterale è cresciuto del 6% nel 2024 e, finora, del 16% nel 2025. Ma è probabile che una nazione dall’influenza internazionale in chiara espansione (anche in Italia), al punto che nessuno ormai fa più caso al fatto che Alyev sia il padrone, e non il presidente, del Paese, serva comunque tenere aperta la porta di una sponda russa, in una regione in forte evoluzione e dove un saggio coordinamento può evitare tanti guai e problemi e dove l’influenza americana è un vantaggio ma anche un vincolo. Non va dimenticato che Alyev è un protetto di Erdogan, il re degli slalom diplomatici, colui che ha appena fatto sapere agli Usa che non ha alcuna intenzione di rinunciare a gas e petrolio russi.

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