Mario Draghi ha debuttato da presidente del Consiglio a un vertice in presenza partecipando al summit di due giorni convocato dalle autorità comunitarie a Oporto e ha mostrato quanto il suo consolidato bagaglio di esperienza lo abbia reso adatto a fare di queste occasioni strategiche un decisivo terreno di confronto. Navigato dagli incontri al vertice svolti da governatore della Banca centrale europea, che lo hanno dotato di un bagaglio di capacità di mediazione politica difficilmente pareggiabile nell’Unione, il premier ha in un certo senso colmato il vuoto di autorevolezza che la mancata partecipazione in presenza della Cancelliera Angela Merkel ha aperto tra i ventisette leader dell’Unione.

Draghi si è mosso pensando all’Italia, all’Europa e agli Stati Uniti. Che nella scorsa settimana hanno aperto una questione politica fondamentale provando a riconquistare una sorta di leadership morale sull’Occidente aprendo all’azzeramento dei brevetti sui vaccini contro il Covid-19 grazie alla presa di posizione in materia di Joe Biden. Da tempo Draghi è favorevole all’applicazione di una misura del genere: in Portogallo non ha dunque frenato la proposta di sospensione, come fatto da alcuni leader di Paesi e istituzioni europee né sostenuto lo scetticismo di Angela Merkel, che ha preferito procedere sul binario nazionale negoziando con la tedesca Biontech. Draghi ha affermato il suo “favore” per la proposta del presidente americano, ritenendo che un intervento “temporaneo ben congegnato” è possibile. Ma seppur identificabile come un sostenitore dell’alleanza transatlantica tra Europa e Stati Uniti, Draghi è prima di tutto un pragmatico e sa bene quanto la mossa dell’inquilino della Casa Bianca, giunta dopo che Washington ha applicato un deciso sovranismo vaccinale, difficilmente possa risolvere in tempi brevi le questioni legate ai possibili colli di bottiglia dell’approvvigionamento.

Sì alla linea Biden, ma non solo

Recuperando un modo di dire caro a Giulio Andreotti, Draghi non ha mancato di sottolineare che “la questione è molto più complessa”. La piena messa a disposizione dei brevetti è solo un primo passo perchè “farlo sia pur temporaneamente non garantisce la produzione dei vaccini che è molto complessa. E poi la produzione deve essere sicura e questo non viene garantito dalla liberalizzazione dei vaccini”. Il premier italiano ha indicato come questioni altrettanto prioritarie la completa rimozione del blocco alle esportazioni che oggi gli Stati Uniti per primi e il Regno Unito continuano a mantenere e a applicare rigorosamente. Nella consapevolezza, nota Draghi, che l’Unione europea in questo contesto è stata, una volta di più, campionessa di autolesionismo politico: “il 50% della produzione dell’Unione è andata al Canada o a Paesi che bloccano le esportazioni”, ha fatto notare.

Insomma, Draghi punta a essere pontiere di una nuova fase di relazioni transatlantiche portando all’attenzione dell’Usa la necessità di costruire risultati reali e pragmatici e di non potersi accontentare di vittorie mediatiche di comodo o di prese di posizione “emozionali”. Uomo navigato e conscio dell’importanza relazionale di questi summit, Draghi ha colto al volo la palla calciata da Biden verso l’Europa ma ne ha approfittato per alzare la posta e rafforzare gli obiettivi sia sul fronte dei legami euroatlantici che su quello dell’ambizione del Vecchio Continente. Puntando a avere certezze sul rilancio di progetti come quello di Hera Incubator, il piano del commissario Thierry Breton guardato con attenzione dal Ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti che mira a garantire fondi per investimenti strategici e trasferimenti tecnologici nel settore vaccinale.

Draghi interpreta in tal senso una linea ambiziosa che non esclude la possibilità di aprire a ragionamenti sulla conquista di spazi di manovra in termini di autonomia strategica da parte dell’Europa ma la subordina alla creazione di una “seconda gamba” nel campo occidentale, non considerandola antitetica ma complementare all’asse con gli Usa, e invita al superamento di profonde ingenuità politiche che da tempo frenano l’azione del Vecchio Continente. Pur volendo, al contempo, saldare il posizionamento geopolitico dell’Italia nel quadro euro-atlantico con tutte le politiche volte al graduale ritorno alla normalità: è notizia delle scorse ore il fatto che, mentre Draghi era impegnato a Oporto, in Italia i ministri degli Affari esteri e della Salute, Luigi Di Maio e Roberto Speranza, si incontrano per lavorare insieme al superamento della “mini quarantena” non solo per chi arriva da altri Paesi Europei ma anche per i viaggiatori provenienti da Regno Unito, Israele e Usa.

Draghi e il rilancio dell’Europa

Il premier italiano, dunque, ha obiettivi ambiziosi. Vuole essere pontiere di un rilancio dell’approccio europeo verso gli Usa e decisore cruciale per il rafforzamento di un nuovo consenso politico nel Vecchio Continente che sappia rendere i Paesi europei protagonisti nei settori vitali quali quelli legati alla campagna vaccinale. Da questo passano i processi di costruzione del capitale politico necessario a consolidare risultati ben più complessi quali l’obiettivo, che accomuna Draghi ed Emmanuel Macron, di premere su Berlino per la rottamazione dell’austerità, per il cui rilancio l’Olanda, vecchia avversaria di Draghi, ha già iniziato a premere.

Da uomo che ha saputo gestire, alla Bce, il vero centro di potere decisionale dell’Unione Draghi si è accorto che nella concezione delle sue élite l’Europa è rimasta l’ultima Thule dell’utopia antipolitica, vittima dell’idea che l’economia possa essere l’unico ordinatore politico e sociale. Utopia, questa, che le serve per gestire la propria intrinseca multipolarità interna e che diventa distopia e assurdo storico nel mentre s’instaura un nuovo ordine mondiale in cui grandi potenze non solo economiche, sgomitano per stabilire i rapporti di gerarchia e l’Unione tenta di regolare vere e proprie questioni di vita o di morte, come l’approvvigionamento di vaccini anti-Covid, con le regole del liberoscambismo. Altro che “tecnocrate”: Draghi è un politico a tutto tondo che conosce le sfaccettature del potere nazionale e internazionale e sa che da questo pantano bisogna assolutamente uscire. Pena la retrocessione dell’Europa nelle graduatorie irrilevanti dell’ordine globale. Un rilancio ambizioso alle proposte di Biden può essere la via per un rafforzamento della capacità d’azione del Vecchio Continente. A patto che figure politiche all’altezza sappiano tessere le trame di una nuova fase: e il physique du role ideale appare proprio quello di Mario Draghi.

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