Skip to content
Politica

Pressione comune sull’Iran, distanza sui turchi a Gaza: come è andato l’incontro tra Trump e Netanyahu

Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno concluso il loro quinto incontro in suolo statunitense del 2025 nella residenza di Mar-a-Lago di proprietà del presidente americano. Ed è stato un incontro che ha fornito l’occasione di un bilancio del primo anno...

Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno concluso il loro quinto incontro in suolo statunitense del 2025 nella residenza di Mar-a-Lago di proprietà del presidente americano. Ed è stato un incontro che ha fornito l’occasione di un bilancio del primo anno del rapporto israelo-americano a un anno dal ritorno al potere del leader repubblicano. Rapporto ben più complesso della prima era Trump, che produsse un sostegno pressoché incondizionato a Israele, dalla rottura dell’accordo nucleare con l’Iran allo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme.

Un summit per fare il punto

Lo si è visto anche stasera, con Trump e Netanyahu che hanno presentato i frutti di un’intesa articolata su più dossier. Certo, Trump ha detto che sosterrà un eventuale secondo attacco israeliano all’Iran dopo la guerra dei dodici giorni di giugno se Teheran riprenderà il suo programma nucleare e parimenti sul fronte di Gaza ha detto che “Hamas va disarmato“. Ma presentando Netanyahu come “un vincente” e una figura che “ha reso più sicuro il Medio Oriente”, Trump ha sostanzialmente fatto venire meno un argomento politico con cui Bibi si era presentato alla Camelot del tycoon in Florida: l’urgenza di “finire il lavoro”, come molti dicono in Israele, a Gaza. Trump ha assicurato: la Fase 2 del cessate il fuoco negoziato a ottobre e in parte subito da Israele inizierà a breve. E la Fase 2 prevede il ritiro, ancora con tempi da definire, dell’Israel Defense Force da Gaza.

Altro fatto importante: The Donald ha espresso ampie aperture di credito alla Turchia, sempre più rivale strategica per eccellenza di Israele nello scacchiere mediorientale.

L’ombra turca su Usa e Israele

Proprio mentre Washington dialoga con Ankara sulla possibile fornitura di caccia F-35, fumo negli occhi per Tel Aviv, e dopo che Trump ha rubricato con duro sarcasmo la scelta di Israele di riconoscere l’indipendenza del Somaliland nel quadro della partita a scacchi regionale con Ankara (ne abbiamo parlato qui), il presidente Usa ha fatto due importanti endorsement a Recep Tayyip Erdogan.

In primo luogo, parlando in conferenza stampa con Netanyahu ha salutato la possibile presenza di truppe turche nella forza internazionale di stabilizzazione per Gaza, sottolineando che “sarebbe un bene”, anche se Israele ha messo il veto su Ankara. In secondo luogo, elogiando il contributo turco nella caduta del regime siriano di Bashar al-Assad nel 2024 come qualcosa di cui “dobbiamo tutti essere grati” ad Erdogan e invitando Netanyahu e Israele a cercare una mediazione con la Siria di Ahmad al-Sharaa, ritenuta una minaccia da Tel Aviv proprio per i suoi legami con Ankara.

Insomma, un meeting di fine anno che ha permesso di bilanciare prospettive e aspettative strategiche di Usa e Israele sul Medio Oriente ha mostrato anche che per Trump Tel Aviv è un alleato primario, ma non indiscutibile. Il richiamo ad Ankara, partner nella Nato e Paese “pontiere” decisivo su molti scenari, è emblematico: non necessariamente gli interessi di Washington e Tel Aviv sono allineati al cento per cento. E ammetterlo ha un suo peso politico non secondario.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.