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I sondaggi continuano a fotografare un margine molto netto tra Joe Biden e Donald Trump. Il 6 ottobre una rilevazione della Ssrs per la Cnn ha fotografato il candidato dem in testa con il 57% delle preferenze, staccando il presidente di 16 punti. Quello che queste rilevazioni non dicono è che la partita per la Casa Bianca non si giocherà in tutti gli Stati Uniti.

La regola del collegio elettorale, che si sintetizza nella conquista di grandi elettori che poi formalmente eleggono il presidente, di fatto abbassa l’importanza del dato nazionale. Tutt’al più questi sondaggi restituiscono il sentimento prevalente nel paese al momento in cui vengono condotti. Nella realtà, come abbiamo già avuto modo di evidenziare sui su InsideOver, a contare saranno le battaglie sui singoli Stati.

Per capire in quale direzione può andare il voto è quindi necessario osservare tre fenomeni: le combinazioni che si possono creare negli Stati in bilico; i numeri relativi alla registrazione degli elettori; e la necessità di Trump e Biden di difendere i propri feudi da eventuali ribaltoni.

Prima di passare in rassegna questi tre aspetti c’è un ultimo appunto che è necessario fare. La campagna di quest’elezione è una delle più complesse e combattute. Il possibile ricorso massiccio al voto postale potrebbe ritardare gli esiti finali dell’elezione e quindi la notte del 3 novembre potrebbe non esserci un verdetto definitivo. Questo vale soprattutto per Joe Biden. Il candidato del partito dell’asinello per battere Trump evitando un complesso iter post voto deve sperare di vincere con margini ampi. Ma il voto del 2016 ha dimostrato che in una nazione fortemente polarizzata questo non è sempre possibile, soprattutto a causa di conteggi ravvicinati negli Stati in bilico.

Lo scontro nei Swing states

A meno di un mese dal voto la partita resta viva in sei realtà: Wisconsin, Michigan, Pennsylvania, Nord Carolina, Florida e Arizona. Non a caso l’85% di tutti gli investimenti pubblicitari sta andando proprio a quei sei stati. Secondo l’Advertising Analytics, società esperta nel tracciamento delle pubblicità, dall’inizio della campagna sono stati spesi 700 milioni di dollari in prenotazioni di annunci, molti dei quali negli Stati in bilico. La campagna di Biden e i gruppi in suo sostegno hanno speso il 90% dei loro fondi solo in quei sei, mentre Trump e le organizzazioni repubblicane hanno speso 78 centesimi su cento.

Quattro di questi stati, Florida, Pennsylvania, Wisconsin e Michigan hanno cambiato colore di recente. Nel 2008 e 2012 avevano infatti votato per Barack Obama, mentre nel 2016 al tycoon era riuscita la spallata. Discorso diverso per la Nord Carolina che era diventata blu solo nel 2008, mentre nelle due successive tornate ha votato per il Gop. L’Arizona resta un terreno contenibile dato che dopo decenni di domini repubblicano è via via diventata uno stato democratico.

Se guardiamo ai sondaggi stato per stato possiamo vedere come le situazioni siano diverse. In Nord Carolina, ad esempio, la corsa è strettissima. Secondo la media di Real Clear Politics al 12 ottobre Biden è avanti con un margine molto stretto di 1,4 punti. Leggermente più ampia la forbice in Florida e Arizona dove l’ex vice di Obama guida rispettivamente con 3,7 e 2,7 punti in più. In tutti questi casi siamo ancora all’interno del margine di errore e la corsa si conferma molto vicina. Discorso diverso per altri tre Stati dove il vantaggio dem è più consistente: Pennsylvania (+7,1%), Michigan (+6,7%) e Wisconsin (+5,5%).

Il bottino in termini di grandi elettori che i sei portano in dote è ghiotto dato che stiamo parlando di 101 rappresentanti del collegio elettorale. Se per il momento ipotizziamo che nel resto del Paese si voti come nel 2016, conti alla mano a Biden dovrebbe conquistare almeno 38 su 100, mentre Trump dovrebbe fare uno sforzo in più arrivando a 66.

Sondaggi alla mano le combinazioni per Trump non sono molte. Per raggiungere quota 66, il tycoon dovrebbe mettere le mani su almeno quattro stati. In questa simulazione i più papabili sono Nord Carolina (15 grandi elettori), Florida (29), Arizona (11) e Pennsylvania (20), per un totale di 75. Biden invece avrebbe tre strade. La prima quella di ricostruire il blue wall nella Rust Belt riprendendo Pennsylvania (20), Wisconsin (10) e Michigan (16). La seconda, più complessa sarebbe quella di prendere almeno la Florida e uno qualsiasi degli altri cinque in bilico.

Come abbiamo visto in precedenza, non è detto che tutti gli esisti siano così ampi come indicato dai sondaggi. Persino tra gli Stati in bilico si potrebbe finire in parità. Trump d’esempio potrebbe prendere Nord Carolina, Florida e Pennsylvania mentre Biden conquistare Arizona, Michigan e Wisconsin.

Oltre i sondaggi: il peso delle registrazioni dei voti

Esiste un modo per capire come sta andando la campagna elettorale in queste zone oltre alle indicazioni dei sondaggi? Forse sì. Nbc News ha messo insieme un po’ di dati su come stanno andando le registrazioni degli elettori in questi Stati. Negli Usa infatti per poter partecipare gli elettori devono iscriversi alle liste elettorali indicando se vogliono farlo come democratico, repubblicano o indipendente. Bene, secondo gli ultimi dati il Gop sta andando molto meglio dei dem nella creazione di queste liste.

Ufficialmente la campagna di Trump ha detto di aver messo in piedi una grande macchina per il porta a porta capace di raggiungere un milione di persone alla settimana. Il dato non è verificabile ma lo sono invece quelli delle liste. Dei sei Stati che abbiamo preso in considerazione quattro consentono agli elettori di registrarsi indicando il partito, si tratta di Arizona, Nord Carolina, Pennsylvania e Florida e in tutti questi il Gop è avanti. In Florida ad esempio tra l’inizio delle primarie a marzo e la fine di agosto ha aggiunto 195.652 elettori registrati contro i 98.362 dei dem. Per avere un’idea nello stesso periodo delle presidenziali del 2016 i conteggi erano stati 182.983 a 163.571 per i repubblicani. E in quell’anno Trump si prese lo stato con una differenza di 112 mila voti.

Discorso simile anche in Pennsylvania con il partito dell’elefantino avanti 135.619 a 57.985 nelle registrazioni tra giugno e fine settembre. Quattro anni fa, quando la forbice era 175.016 a 155.269 sempre per i repubblicani, Trump prevalse per 44 mila voti. Repubblicani avanti anche in Nord Carolina (83.785 a 38.137) e in Arizona (31.139 a 29.667). Numeri che hanno fatto suonare diversi allarmi tra i dem. Tanto che diversi candidati al Congresso stanno chiedendo con insistenza al comitato di Biden di riprendere il lavoro porta a porta.

Un po’ come i sondaggi anche questi numeri vanno presi con le molle. Prendiamo ad esempio il flusso non indifferente di elettori registrati come indipendenti, tra questi potrebbero esserci molti giovani, ormai allergici alla politica ma solitamente più inclini a votare democratico. Non solo. In zone come la Pennsylvania le contee a maggioranza bianca che hanno votato per Trump nel 2016 hanno ancora una forte presenza di elettori registrati come democratici.

Il tema però è molto caldo. Secondo una stima del Cook Political Report nel 2016 circa 7 milioni di potenziali elettori non si erano presentati alle urne. Questi, equamente distribuiti tra Pennsylvania (2.4), Florida (2.2), Michigan (1.6) e Wisconsin (872 mila), possono essere identificati come bianchi poco istruiti che solitamente votano in massa per il tycoon. Un bottino di tutto rispetto se consideriamo ancora una volta i margini di vittoria in molti di questi stati, come quanto Trump conquistò il Wisconsin per appena 10 mila voti.

Gli stati che Biden e Trump devono difendere

Se è vero che gli stati in bilico giocheranno il ruolo centrale, è altrettanto vero che i candidati devono comunque difendere alcuni dei oro fortini. Nel caso di Trump le realtà da difendere sono quattro così divise: Ohio (18 grandi elettori) e Iowa (6), dove Obama vinse due volte ma che nel 2016 votarono continuamente il tycoon; e gli storici fortini rossi Texas (38) e Georgia (16) che non votano dem da decenni ma che negli ultimi anni hanno mostrato segni di cambiamento importante.

I dem vogliano mettere le mani sul Texas da anni, la stessa Hillary Clinton si spese molto senza riuscire a raccogliere niente. E infatti nelle ultime settimane la campagna di Biden sta innondando lo Stato di spot con una spesa stimata, scrive Advertising Analytics, di 6,3 milioni di dollari. Non solo. Tra la fine di settembre e inizio di ottobre Biden ha investito molto anche in Iowa e Ohio.

L’ex vicepresidente dal canto suo deve difendere alcuni Stati considerati sicuri: Nevada, Minnesota, New Hampshire e Maine. Per ora i sondaggi danno ragione a Biden, ma nel 2016 Clinton si impose con margini ristretti, appena 2.736 nel Granite State. E quindi anche qui il conteggio finale potrebbe giocarsi per una manciata di voti.

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