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L’Algeria si sta avviando, non senza tensioni, verso il terzo anniversario dell’inizio delle proteste che hanno sconvolto il quadro politico del Paese nordafricano. Nel febbraio 2019 migliaia di persone, soprattutto studenti e lavoratori, all’annuncio dell’allora presidente Abdelaziz Bouteflika di ricandidarsi alle presidenziali sono scese in piazza chiedendo un immediato ritiro della decisione. É nato così il movimento “Hirak“, capace di radunare decine di sigle sindacali e di varie associazioni. Da allora cosa è realmente cambiato?

L’aumento della repressione

In un primo momento l’aspetto delle manifestazioni era pacifico. Anche perché le proteste hanno aperto una breccia nel “pouvoir” algerino, già lacerato in vista della successione a Bouteflika. L’esercito, in particolare, ha abbandonato il cerchio ristretto attorno all’ex presidente che di fatto governava l’Algeria. É bene ricordare infatti che le capacità di assolvere alle sue funzioni da parte di Bouteflika erano fortemente compromesse. Un ictus ha colpito l’ex presidente nel 2013 che da allora è stato costretto alla sedia a rotelle e non ha più avuto la necessaria lucidità per rimanere costantemente a lavoro. Il capo di stato maggiore dell’esercito, Ahmed Gaid Salah, ha quindi preso la palla al balzo schierandosi con i manifestanti ed evitando ogni repressione. L’aria però è cambiata progressivamente nei mesi successivi. Con Bouteflika costretto non solo al ritiro della candidatura ma anche alle dimissioni nell’aprile 2019, il potere algerino ha iniziato a temere un crollo verticale dell’intero sistema politico.

E allora i movimenti di giovani e studenti hanno iniziato a essere visti con maggior sospetto. Mentre la transizione post Bouteflika ufficialmente si è conclusa nel dicembre 2019 con l’elezione a presidente di Abdelmadjid Tebboune, in tanti tra i manifestanti non hanno mai creduto a un reale cambiamento all’interno del cerchio del potere. La necessità di “consolidare” il nuovo corso da parte della nuova dirigenza ha quindi creato uno scontro con i gruppi confluiti nel movimento Hirak. Nel 2020 hanno fatto scalpore alcuni casi di tortura praticati dalle forze di sicurezza ad attivisti e giornalisti. Tra questi c’è ad esempio quello di Walid Nekkiche, studente di 25 anni che ha denunciato alla procura di Algeri di aver subito sevizie in una caserma della capitale durante un interrogatorio. Subito dopo sono stati resi noti altri casi del genere. Sempre sul finire del 2020 i tribunali hanno iniziato a condannare giornalisti. Come Khaled Drareni, liberato soltanto per la grazia accordata dal presidente nel febbraio 2021.

I detenuti politici, secondo i leader del movimento Hirak, sono in aumento. All’inizio del 2021 il Comitato nazionale per la liberazione dei prigionieri ha contato almeno 70 persone detenute per reati di opinione. Un numero che ha richiamato la preoccupazione delle Nazioni Unite: “Siamo molto preoccupati – ha dichiarato nel marzo 2021 l’Alto Commissario per i diritti umani, Rupert Colville – per il deterioramento della situazione dei diritti umani in Algeria e per la continua e crescente repressione contro i membri del movimento pro-democrazia Hirak”.

Verso il terzo anniversario

Timori che purtroppo non fanno parte del passato. La repressione ad Algeri è ancora una triste realtà. Secondo l’Onu c’è una data precisa da cui è possibile far risalire l’ondata di arresti politici tuttora in corso. Il 22 aprile 2020 infatti è stata approvata la famigerata legge numero 20-26. Si tratta di una norma antiterrorismo in cui però nell’articolo 87bis è contenuta una postilla che assottiglia di molto la libertà di opinione. Chiunque promuova slogan o scriva articoli considerati derisori per la classe politica può incappare nella grave accusa di terrorismo o attentato all’autorità: “Ribadiamo la nostra preoccupazione per la definizione di atti terroristici adottata dall’articolo 87 bis che, includendo nella categoria degli atti terroristici un’ampia varietà di reati, si scontra con il principio della certezza del diritto – si legge in una nota dell’Alto Commissariato per i diritti umani dell’Onu scritta nel gennaio scorso – tutto questo comporta violazione del diritto di riunione pacifica e la libertà di espressione, e impone anche sanzioni sproporzionate ad atti che non dovrebbero essere disciplinati dalla legislazione antiterrorismo”.

Da più di un anno almeno 40 detenuti hanno avviato uno sciopero della fame proprio per protestare contro l’articolo 87bis della legge del 22 aprile 2020. E mentre ci si avvicina al terzo anniversario dell’inizio delle proteste di Hirak, la tensione cresce. Complice una crisi economica che sta continuando a imperversare in tutto il Paese, il timore di nuove manifestazione e di nuove repressioni è sempre più forte.

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