È stato il primo ministro australiano, Anthony Albanese, a paragonare il dialogo diplomatico ad una sorta di guardrail capace di evitare il disastro di fronte all’intensificarsi della competizione tra le grandi potenze. Il contesto era lo Shangri-La Dialogue di Singapore. Il riferimento la rivalità, sempre più marcata, tra Stati Uniti e Cina per il dominio dell’Indo-Pacifico.
Pechino intende uscire dal guscio protettivo nel quale si è ritrovata all’alba della sua fondazione come Repubblica Popolare, nel 1949, mentre Washington non ha alcuna intenzione di perdere il controllo delle rotte fondamentali che la collegano all’Asia, attraverso l’Oceano Pacifico.
Fare un passo indietro, per la Casa Bianca, vorrebbe dire concedere al Dragone la possibilità di compiere l’ultimo step nel percorso di avvicendamento verso il suo definitivo passaggio a potenza globale. Il gigante asiatico, già gigante commerciale ed economico, vuole tornare ad essere protagonista, in primis, nel suo cortile di casa, e da lì nelle acque indopacifiche.

Il guardrail asiatico
“Non si tratta di una politica di contenimento. Non si tratta di porre ostacoli al progresso o al potenziale di una nazione. Si tratta di semplici strutture pratiche, per prevenire lo scenario peggiore. E il presupposto essenziale per questo è, ovviamente, il dialogo”, ha tuttavia affermato Albanese ai circa 600 ministri della Difesa, leader militari, alti funzionari ed esperti di sicurezza di oltre 40 Paesi giunti a Singapore per partecipare al massimo vertice sulla sicurezza dell’Asia, allo Shangri-La hotel, nel centro di Orchard Road.
Da qualunque prospettiva lo si osservi, lo scenario asiatico è troppo piccolo per garantire la contemporanea presenza cinese e statunitense. La Cina spinge da un lato, gli Usa hanno invece innescato un contro movimento opposto facendo leva sui molteplici partner locali. Che sono in parte attratti dalla possibilità di fare affari con i cinesi, in parte terrorizzati dall’idea di esserne geopoliticamente fagocitati.
Ecco che il guardrail evocato da Albanese a Singapore potrebbe prendere forma, in Asia, non sotto forma di dialogo bensì di rete di alleanze immaginata per attenuare l’ascesa di Pechino.
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L’Australia e la rete Usa
Il cuore della competizione tra Usa e Cina è incastonato nell’Indo-Pacifico. È qui che la sfida cinese al potere degli Stati Uniti diventerà sempre più esplicita, così come la risposta statunitense. Washington può intanto contare su due importanti accordi di sicurezza mini-laterali che coprono l’intera regione: il Quadrilateral Security Dialogue (Quad), che comprende Australia, India e Giappone, e il più recente Aukus, con Australia e Regno Unito.
A proposito dell’Australia, dopo aver rotto la sua posizione neutrale nei confronti di Pechino, Canberra si è riscoperta, all’improvviso, baluardo dell’Indo-Pacifico, fortezza all’interno della quale organizzare la resistenza contro l’avanzata del Dragone. Il citato Aukus, infatti, prevede di fornire al Paese una flotta di sottomarini a propulsione nucleare, in una mossa che ha allertato Xi Jinping, visto che mezzi del genere possono navigare nel Mar Cinese Meridionale, creando non pochi grattacapi alle autorità cinesi.
Certo è che l’Australia ha rivisto le proprie strategie difensive e aumentato le spese militari. L’obiettivo, sulla carta e da attuare da qui ai prossimi dieci anni, consiste nell’investire la bellezza di 165 miliardi di euro per ottenere armi a lungo raggio (prodotte dagli Usa e dotata di un raggio d’azione di 370 chilometri), nuove piattaforme, come ad esempio i droni, e altri strumenti per la cyber guerra.
Corea del Sud e Giappone: il disgelo benedetto da Biden
Uno dei più grandi successi ottenuti dall’amministrazione Biden in politica estera è coinciso con il disgelo tra Corea del Sud e Giappone. Al termine della Seconda guerra mondiale, Seoul e Tokyo sono diventati partner strategici di Washington, due bastioni fidati che gli Usa, negli anni a venire, avrebbero saputo schierare in una regione delicata. Con l’intenzione, va da sé, di contenere le “minacce rosse” incarnate prima dall’Unione Sovietica e poi dalla Cina.
La profonda rivalità storica tra sudcoreani e nipponici ha tuttavia sempre rappresentato una sorta di anello debole della strategia indo-pacifica degli Usa. Lo scorso marzo i presidenti di Corea del Sud e Giappone, rispettivamente Yoon Suk Yeol e Fumio Kishida, si sono visti a Tokyo per un incontro benedetto dalla Casa Bianca, nella prima visita per un vertice bilaterale, dopo 12 anni dall’ultima, di un leader sudcoreano in Giappone.
Da questo punto di vista, l’ufficiale riavvicinamento nippo-coreano offre a Washington la possibilità di contare su un’azione congiunta più efficace contro Pechino. Attenzione però, perché sia Yoon che Kishida, al netto della volontà condivisa di arginare la Cina, non danno l’impressione di voler chiudere tutte le porte, come invece auspicherebbero gli Usa. A pesare, nella valutazione dei due leader, ci sono le conseguenze commerciali di una mossa del genere.
Partner da attivare
Australia, Corea del Sud, Giappone: sono questi i principali partecipanti dell’ipotetico guardrail asiatico immaginato dagli Usa. Ma non sono gli unici, visto che Washington vorrebbe coinvolgere sempre di più anche altri partner dell’Indo-Pacifico.
Di recente, è arrivata un’importante fumata bianca per l’utilizzo, da parte degli Stati Uniti, di quattro nuove basi militari nelle Filippine, in aggiunta alle cinque già in uso nell’ambito dell’Accordo di cooperazione rafforzata per la difesa (EDCA), un’intesa stipulata tra i due Paesi nel 2014.

Per Biden sarebbe vitale arruolare in pianta stabile anche l’India, che fa sì parte del Quad, ma che continua a mettere in atto una linea politica pragmatica attenta a non alterare i fragili equilibri nei quali si trova immersa fino al collo.
Se è difficile trasformare Nuova Delhi in un satellite, è molto più facile intervenire con attori più piccoli. Il riferimento va alla Nuova Zelanda, felice di collaborare con le potenze occidentali, e ad alcuni membri dell’Asean. In merito a quest’ultimo punto il discorso è complesso, visto che i Paesi del sudest asiatico non sembrano avere alcuna intenzione di schierarsi con Usa o Cina, preferendo invece mantenere una linea mediana e cogliere i doppi vantaggi offerti dalla rivalità sino-americana. Washington sta tuttavia corteggiando il Vietnam, in risposta alle manovre cinesi in Cambogia, ma il mosaico è ancora troppo fluido per capire quale immagine rappresenterà.
In ogni caso, gli Stati Uniti stanno procedendo nella costruzione del loro guardrail anti cinese. Mentre la Cina, diretta interessata della manovra, ha puntato il dito contro la Casa Bianca. “Non esiste un concetto come l ‘Indo-Pacifico nella geopolitica. È un concetto creato dagli Stati Uniti. In passato si parlava del Pacifico o della regione Asia-Pacifico, mai dell’Indo pacifico. Perché gli americani hanno incluso l’Oceano Indiano? È perché credono che i loro alleati dell’Asia-Pacifico da soli non siano più sufficienti per contenere la Cina, vogliono coinvolgere l’India e altri alleati degli Stati Uniti, come la Francia, che si considera un paese indo-pacifico. Questo è sbagliato”, ha dichiarato il diplomatico e ambasciatore cinese in Francia Lu Shaye. La sfida Usa-Cina si fa sempre più incandescente.

