Povero Carlo Magno, questa non la meritavi. Nella giornata odierna la città di Aquisgrana, la città che fu residenza preferita del creatore dell’impero carolingio e dell’idea moderna di Europa, ha consegnato il Premio Carlo Magno nientemeno che a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea e ex ministro della Difesa della Germania di cui la città fa parte.
Un premio per l’Europa unita nel nome di Carlo Magno
Nel 1949 la città di Aquisgrana istituì la fondazione per il Premio Carlo Magno per sostenere gli sforzi a favore della riappacificazione europea e partire dal nobile intento di valorizzare la lezione della storia europea di ieri per costruire quella di domani, un’Europa unita, capace di mettersi alle spalle le disgrazie delle due guerre mondiali e trovare una rinnovata unità. Possibilmente, ritrovandola attorno al motore franco-tedesco, dalla sinergia tra due terre che per secoli, dalla guerra dei Trent’Anni al secondo conflitto mondiale, erano state un crocevia di eserciti e scontri ma che in rifacevano proprio alla lezione del re dei Franchi che si fece imperatore il loro comune antenato.
Carlo Magno è l’uomo dell’Europa unita e unificante, nella narrazione collettiva. L’imperatore franco, quindi “barbaro”, che spostò il baricentro del continente verso il suo cuore, incorporando però l’eredità cristiana e la lezione di Roma, riportando un Impero basato in Occidente tre secoli dopo la fatidica data del 476 d.C., anno di tracollo dell’Impero romano d’Occidente. Il Sacro Romano Impero nato nella notte di Natale dell’800 con l’incoronazione a Roma di Carlo Magno da parte di Papa Leone III è ritenuto l’embrione iniziale dell’Europa odierna, e dalla sua successiva filiazione nacquero le antesignane delle moderne Francia e Germania. Il peso simbolico del premio è dunque elevato, e nella storia i vincitori sono stati d’eccellenza.
La lunga tradizione di premiati eccellenti del Premio Carlo Magno
Qualche nome? Dal 1952 al 1954 vinsero i tre costruttori dell’Europa unita: Alcide De Gasperi, Jean Monnet, Konrad Adenauer. Nel 1956 toccò a Sir Winston Churchill, da poco reduce della sua ultima esperienza da primo ministro britannico, nel 1982 fu premiato Re Juan Carlos di Spagna per aver facilitato il ritorno della democrazia in Spagna, nel 1991 Vaclav Havel per il ritorno alla democrazia della Cecoslovacchia.
Nel nuovo millennio, nel 2004 fu premiato Papa Giovanni Paolo II, primo pontefice premiato seguito dodici anni dopo da Papa Francesco. Nel 2005, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi fu insignito dell’importante riconoscimento divenuto, negli ultimi anni, sempre più sensibile alle dinamiche politiche del presente. Nel 2008 e nel 2012 furono premiati Angela Merkel e Wolfgang Schauble, coloro che con la loro forte spinta politica pro-austerità tutto hanno fatto fuorché unire l’Europa. Nel 2018 Emmanuel Macron fu premiato quasi più sulla fiducia che per gesti concreti, così come spicca il fatto che Donald Tusk, oggi premier della Polonia, abbia già ricevuto il riconoscimento agli albori della sua esperienza di governo, nel 2010, prima di guidare il Consiglio Europeo.
Da Merkel in poi, i nomi citati sicuramente non spiccano rispetto ai premiati del passato, con la sola eccezione di Francesco. Parliamo della logica conseguenza di un’epoca di declino della classe dirigente. Ma riteniamo sia difficile andare sotto von der Leyen: la presidente della Commissione, con le ombre e le criticità del suo mandato, rappresenta l’antitesi di ciò che il premio dovrebbe rappresentare.
Ursula l’inadeguata
Inadeguata sulla politica economica, in ritardo all’inizio del Covid-19 sulla risposta alla pandemia, ambivalente sulle politiche industriali green, atlantista di ferro e ostacolo alla Difesa europea autonoma prima di farsi paladina di un riarmo promosso a colpi di strappi istituzionali e retoriche emergenziali, schiacciata per un anno e mezzo su una retorica radicalmente filo-israeliana su Gaza dopo aver capito poco o nulla della sfida russo-ucraina, da ultimo perennemente in ritardo nella risposta alla sfida americana di Donald Trump Frau Ursula è stata un freno allo sviluppo europeo.
La sua leadership, dal 2019 a oggi, si è contraddistinta per un sostanziale declino dell’influenza geopolitica globale dell’Ue, a cui ha contribuito anche la scelta di compagni di viaggio quantomeno inadatti a gestire dossier critici: si pensi ai ruoli di peso avuti nella prima commissione von der Leyen dal vicepresidente Valdis Dombrovskis, “falco” lettone sui conti pubblici che ha difeso fino all’inverosimile le logiche austeritarie, o al disastro della politica internazionale europea dell’attuale Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune, l’ex premier estone Kaja Kallas.
Aggiungiamo l’ombra delle ambiguità legate a casi come lo Pfizergate, che non danno certamente una mano alla causa europea di fronte ai suoi cittadini, e si avrà il quadro di una presidente della Commissione semplicemente disastrosa dal 2019 a oggi. Se l’Europa che si ispira a Carlo Magno unisce e ispira, quella di von der Leyen rischia di fare l’esatto opposto. Se il richiamo al sovrano di ieri dovrebbe essere un collante, Frau Ursula non lo incarna nel migliore dei modi. E soprattutto, per chi si riconosce in un’Europa capace di mostrarsi portatrice di alti valori non è l’attuale Commissione a rappresentare la scelta ideale. Difficile di pensare un’interprete più diversa di von der Leyen del sogno dei padri dell’Europa unita, che sognavano un Vecchio Continente capace di essere alto riferimento politico, economico, valoriale e ideale nel mondo. Tutto questo non c’è più. E tra i responsabili c’è anche Ursula von der Leyen. A cui questo premio sembra dare un prestigio non meritato visto lo standing dell’albo d’oro in cui si inserisce.

