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Entro la fine del 2017, il colosso russo degli idrocarburi, Gazprom, avrà costruito più di 1.300 chilometri del nuovo gasdotto “Potenza della Siberia” , la pipeline che collegherà i giacimenti siberiani alla Cina. A confermarlo è stato l’amministratore delegato, Aleksej Miller, che a questo punto, conta di completare tutta l’opera entro due anni per iniziare la fornitura di gas entro la fine del 2019. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa russa Rns, il dirigente di Gazprom ha dichiarato che sono già stati costruiti 1120 chilometri. Il progetto va dunque avanti a gonfie vele, e non è un caso che queste parole siano arrivate quasi in contemporanea con la visita di Stato del premier Medvedev in Cina. Il rapporto fra Mosca e Pechino poggia le proprie fondamenta anche sul tema del gas e delle risorse energetiche. Un tema che per il governo cinese è di primaria importanza, dal momento che la domanda interna è in costante aumento e, nonostante la vastità del territorio cinese, la capacità interna continua ad essere troppo bassa per soddisfare il fabbisogno energetico. Proprio per questo motivo, Gazprom e la cinese Cnpc (China National Petroleum Corporation) hanno siglato un accordo che prevede una fornitura immensa di gas per il mercato cinese: 38 miliardi di metri cubi all’anno per i prossimi 30 anni. Numeri che dimostrano sia la quantità estremamente elevata di gas venduto dalla Russia alla Cina, sia la volontà di entrambi gli Stati di mantenere rapporti di cooperazione in campo energetico almeno per i prossimi 30 anni. Un fattore che deve essere preso in considerazione quando si parla di scenari futuri per il blocco eurasiatico, poiché, almeno nei prossimi decenni, Pechino e Mosca sono intenzionate a rimanere in ottimi rapporti, pena la fine di contratti miliardari per la Russia e la fine della fornitura di gas a prezzo vantaggioso per la Cina. Conseguenze negative che entrambi gli Stati sembrano voler evitare.

La lunghezza totale del gasdotto, che partirà dai giacimenti della Siberia orientale, in particolare Chajandinskoe in Yakutia e Kovykta nella regione di Irkutsk, sarà superiore ai tremila chilometri. Un investimento di 12 miliardi di euro che la Federazione Russa, tramite Gazprom, ritiene necessario non soltanto per diventare il maggiore fornitore di oro blu del gigante asiatico, ma anche perché può in tal modo aumentare l’offerta nel mercato interno russo, la cui domanda è in crescita e rischia di essere superiore alla quantità disponibile, visto che la gran parte del gas è destinata all’esportazione. La pipeline infatti è destinata sia al collegamento con i terminali cinesi, sia alla reti dell’estremo oriente russo, una regione che Putin considera sempre più fondamentale nell’equilibrio politico del Paese dopo i molti anni in cui il centro della Russia è sempre stato ad ovest. L’interesse per questa parte dell’immenso territorio russo da parte del Cremlino è ormai acclarata, sia per la quantità di risorse disponibili, sia per le prospettive commerciali per quanto riguarda la Cina e il Pacifico. E non è un caso che “Potenza della Siberia” avrà un collegamento anche con Vladivostok, il cui terminale di liquefazione renderà di fatto l’oro blu russo esportabile in tutto il mondo.

Il progetto, una volta realizzato, potrebbe cambiare radicalmente l’assetto del mercato energetico eurasiatico. Basti pensare a un dato, come ricordato su Formiche.net da Luca Longo, e cioè che “una molecola di metano estratta nel campo a gas di Okha all’estremo nord dell’isola di Sakhalin, potrebbe tranquillamente arrivare, […] in periferia di Francoforte”. Un’immagine eloquente di cosa possa significare la realizzazione di questo pipeline. E forse da qui si capisce quale sia la vera “potenza della Siberia” e perché il gasdotto porta questo nome. Nelle profondità siberiane giace infatti il cuore del futuro economico di Mosca e dei suoi rapporti di forza con l’Europa e con l’Asia. E questo il Cremlino lo ha capito da molto tempo.