Mentre l’Italia viene declassata, il Portogallo, uno dei “cattivi” dell’Unione europea, incassa il sostegno dei mercati. Cinque anni fa, i titoli lusitani erano a livello di “spazzatura”. Tanto è vero che molti analisti e politici consideravano il futuro di Lisbona non troppo distante da quello di Atene. Era il periodo più nero della crisi finanziaria che colpito l’Europa. E il Portogallo sembrava essere in procinto di cadere, come seconda tessera del dominio dopo la Grecia.

Poi qualcosa è cambiato. E in queste settimane, siamo arrivati a una situazione per cui il Portogallo ha, per Moody’s, lo stesso giudizio dell’Italia: Baa3. Una decisione che appare quasi incredibile, viste le enormi differenze economiche fra noi e loro. Il governo di Lisbona potrà anche avere messo in campo strategie più accorte. Ma fa riflettere che il giudizio sul nostro presente e futuro economico sia al pari di un Paese dove la crisi si è fatta sentire in modo pesante e dove le basi industriali e commerciali per ripartire sono sicuramente inferiori.

Ad ogni modo, la situazione attuale per il Portogallo vede un rating a Baa3 e uno spread che è la metà di quello italiano. Venerdì scorso, prima del downgrade di Moody’s all’Italia, il differenziale fra Btp e Bund era a 312 punti. Quello fra titoli portoghesi e tedeschi a 158. E le stime valgono anche per il deficit, visto che il Portogallo prevede di fermarsi allo 0,2% del Pil. Valori inimmaginabili per il governo italiano che ha ricevuto la durissima lettera della Commissione europea con cui veniva accusata di aver dato il via a una manovra “senza precedenti” nella storia del Patto di Stabilità.

Ma perché i due Paesi, partendo da basi economiche e strutturali diametralmente opposte, si ritrovano ora ad avere lo stesso giudizio da parte delle agenzie di rating? La questione è anche (e molto) politica. Come hanno dichiarato molti economisti, i due Stati hanno intrapreso traiettorie politiche del tutto diverse, con approcci opposti sul fronte dell’austerità.

Il Portogallo è stato condannato a mettere in atto pesanti misure economiche per evitare il commissariamento della Troika. Il governo socialista ha dichiarato, ma solo a parole, di voler combattere l’austerity e di sostenere politiche sociale e volte alla crescita. Ma per anni ha applicato, seppur con discrezione, quanto chiesto dall’Unione europea e dai creditori internazionali.

Come ricorda il Financial Times, “António Costa, primo ministro portoghese socialista, ha accusato le politiche di austerità per aver causato ‘livelli intollerabili di povertà’ e un’ondata di emigrazione. Ma ha sempre sostenuto che ridurre i tagli alla spesa era compatibile con il raggiungimento degli obiettivi fiscali dell’Ue”. In definitiva, la retorica anti-austerità non ha sortito un effetto reale sul cambiamento di politica economica. Hanno detto di condannarla, ma alla fine l’hanno accettata. E Lisbona ha “fatto i compiti a casa”, come piace dire a molti in sede europea.

Prova di questo approccio assolutamente in linea con l’Europa, è la proposta di bilancio per il 2019. In quell’occasione, il ministro delle Finanze Màrio Centeno (che è anche, non casualmente, alla guida dell’Eurogruppo) ha dichiarato che nel governo portoghese “non c’è posto per soluzioni apparentemente facili o populiste”.

Solo politica? Non del tutto. È evidente che il Portogallo, avendo seguito più o meno alla lettera quanto “suggerito” (o meglio, ordinato) da Bruxelles e Francoforte, ha avuto grande credito politico da parte dell’Unione europea e delle agenzie di rating.

Ma dall’altro lato, dietro questo “miracolo portoghese” c’è anche effettivamente una crescita economica che garantisce ossigeno alle casse di Lisbona. Il Portogallo ha sfruttato una combinazione vincente di condizioni favorevoli di mercato, del commercio internazionale e ha saputo sfruttare al meglio gli interessi sui conti pubblici. Inoltre, ricorda il quotidiano finanziario, non va dimenticato che l’industria turistica, vero pilastro del Paese, ha subito un incremento notevole.

Questo non significa, in ogni caso, che sia tutto roseo. Il Portogallo è fondamentalmente un Paese privo di una rete industriale e infrastrutturale che possa far vedere il futuro con estrema serenità. Le incognite restano molte, a cominciare da una possibile bolla immobiliare.

Ma la differenza rispetto all’Italia, non è solo che il Portogallo abbia scelto di seguire quanto chiesto dall’Europa. Ma anche che lo ha fatto sfruttando però tutte le possibilità che aveva per aiutare l’economia del Paese e hanno effettivamente ottenuto quanto voluto. Hanno accettato l’austerità, ma almeno hanno raggiunto gli obiettivi: per esempio il calo del debito pubblico, in calo di 13 punti rispetto a quello del 2016. In Italia, invece, i governi “europeisti” hanno comunque continuato a fare debiti. Dimostrando che le loro ricette siano stato quantomeno fallimentari.