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Marco Rubio blinda il sostegno di Washington a Benjamin Netanyahu, rilancia la sfida comune di Usa e Israele all’Iran in Medio Oriente e getta un’ombra sul prosieguo dei colloqui con Hamas per il rafforzamento del cessate il fuoco a Gaza. L’esito della visita in Israele del Segretario di Stato americano non lascia dubbi sulla volontà dell’amministrazione di Donald Trump di sostenere fino in fondo Tel Aviv, e i segnali da cogliere lasciano pensare che l’idea di un uso tattico della diplomazia stia lasciando spazio al rilancio di una prospettiva strategica orientata alla politica di potenza.

“Hamas va eliminato”

Hamas? “Va eliminato”, dice Rubio. Il piano di Trump per trasferire la popolazione di Gaza? “Qualcosa di nuovo, delineato con coraggio e visione”. L’Iran? “La più grande fonte di instabilità della regione”, su cui il capo della diplomazia statunitense ha chiesto di intervenire per “finire il lavoro” che Israele ha iniziato nel 2024 attaccando i partner militari di Teheran in Libano, Iraq, Yemen e Siria.

Rubio parla come un ministro del governo di Tel Aviv e mostra che l’amministrazione Trump asseconda ogni narrativa israeliana, compresa quella fuorviante che vede Hamas come un proxy di Teheran, e bisogna sottolineare che questo, in giorni delicati per la diplomazia mediorientale, può creare grande disorientamento. Può l’amministrazione Usa, che ha sostenuto i colloqui mediati dal ruolo decisivo di Qatar ed Egitto, espandere la sua proiezione fino a sostenere davanti a Israele che sosterrà proposte politiche che lasciano presagire un tramonto del cessate il fuoco?

Del resto, a fine marzo scade la prima fase del cessate il fuoco e dovrebbero iniziare sia la fase due, destinata a durare sei ulteriori settimane per completare la liberazione degli ostaggi israeliani e dei prigionieri palestinesi, sia i colloqui concreti per la pace definitiva a Gaza. “Israele non ha inviato negoziatori con un mandato per far avanzare tali colloqui, nonostante sia tenuto a farlo in base ai termini dell’accordo”, ricorda il Times of Israel, Netanyahu non sembra aver fretta di farlo e Rubio non ha messo pressioni a riguardo.

Un problema nei rapporti con gli arabi

Queste dichiarazioni appaiono fonte di complessità se si pensa che nella prossima decina di giorni sono attesi due appuntamenti delicatissimi per la diplomazia mediorientale: giovedì 20, l’Arabia Saudita ospiterà il presidente palestinese Mahmoud Abbas e i leader di Egitto, Giordania, Qatar ed Emirati Arabi Uniti per discutere il piano su Gaza di Trump. Il 27 febbraio, invece, al Cairo ci sarà il vertice d’emergenza della Lega Araba. Chiaramente, vedere Washington meno propensa al ruolo di mediatore cambia le carte in tavola. E certe dichiarazioni sensazionalistiche possono solo danneggiare il grande obiettivo di Trump di ricreare l’asse Usa-Israele con i Paesi del Golfo per contenere l’Iran nella regione.

Ora la voglia di andare allo scontro con Teheran è caduta ovunque nella regione. Una gestione maldestra della questione di Gaza allontana la già remota prospettiva di ridar fiato agli Accordi di Abramo. Sullo sfondo, una pace fragile e conflittualità solo temporaneamente sopite. Ma sul cui possibile ritorno presto arriverà l’ora della verità, qualora i negoziati per la fase due si arenassero e il piano di deportazione dei palestinesi non venisse rimosso dal terreno.

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