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Politica

Non più portaerei nel Golfo Persico? Ecco la nuova linea del Pentagono

A partire dalla Guerra del Golfo del 1991 gli Stati Uniti hanno mantenuto costantemente la presenza di una portaerei in seno alla Quinta Flotta basata nel Golfo Persico, ma negli ultimi anni abbiamo assistito a periodi, anche lunghi più di...

A partire dalla Guerra del Golfo del 1991 gli Stati Uniti hanno mantenuto costantemente la presenza di una portaerei in seno alla Quinta Flotta basata nel Golfo Persico, ma negli ultimi anni abbiamo assistito a periodi, anche lunghi più di un mese, in cui non è stato così.

Già nel 2015 e nel 2017 era accaduto che quel mare così importante non vedesse la presenza di un Csg (Carrier Strike Group) e anche quest’anno, più precisamente da marzo, quando la “Theodore Roosevelt” è transitata dallo stretto di Hormuz per passare sotto il comando della Settima Flotta, la Us Navy non ha una portaerei nell’area.





La situazione, a detta di alcuni analisti, potrebbe non essere così limitante per gli Usa come potrebbe sembrare a prima vista. Prima di addentrarci nel merito dell’analisi, occorre però precisare un dato fermo essenziale ed un cambiamento di paradigma nei piani del Pentagono consequenziale al mutamento dello scenario strategico globlale: il primo è dato dal fatto che per lo Stretto di Hormuz passa ancora il 55% di tutto il greggio estratto nel mondo, e controllare quel vitale “choke point” resta prioritario per gli interessi dell’Occidente e del mondo intero; il secondo si determina dal ritenere nuovamente come minacce prioritarie per la politica di Washington la Cina e la Russia parallelamente all’affievolirsi della necessità di effettuare operazioni contro il terrorismo globale che in quell’area geografica è dato dall’Isis. Questi fattori hanno portato il Pentagono a pensare che le portaerei possano essere più utili altrove con il loro ruolo di deterrenza e forse, a giudicare da quanto sta avvenendo in Estremo Oriente, non è una posizione troppo errata.

Esperti del settore sostengono che la significativa riduzione della presenza di Csg nel Golfo avrà un impatto minimo negli equilibri complessivi di potere nella zona, e sollevano anche seri dubbi sulla possibilità che l’Iran, una delle due potenze regionali attualmente in lotta per l’egemonia nell’area, possa decidere di chiudere lo Stretto di Hormuz al traffico navale attirando così su di sé una risposta internazionale che sarebbe soverchiante.

Secondo Bryan Clark – ex ufficiale sommergibilista e già attendente dell’ammiraglio Greenert, precedentemente a capo delle operazioni navali – ci sarebbe anche la possibilità che nei piani di Teheran sia contemplata la presenza di una o più portaerei nel Golfo intese come bersaglio altamente pagante.

“Gli iraniani con cui abbiamo parlato, la maggior parte disertori, hanno tutti detto che l’Iran considera le portaerei americane nel Golfo una sorta di ostaggio che possono colpire quando vogliono e non hanno nemmeno bisogno di un reale successo in caso di attacco dato che nei loro media possono comunque reclamarlo come tale mostrando qualcosa che attacchi la portaerei”, ha detto Clark in una recente intervista.

Effettivamente il Golfo, ed in particolare lo Stretto di Hormuz, rappresentano un incubo dal punto di vista della guerra aeronavale per le dimensioni molto limitate di quel braccio di mare: 210 miglia nel punto più largo che si riducono a 35 nello stretto.

Uno scontro di grande portata con una nazione come l’Iran dotata di naviglio sottile veloce e soprattutto di armi antinave a lungo raggio basate a terra, sarebbe un incubo per la Us Navy, e una portaerei diventerebbe immediatamente il bersaglio principale di ogni attacco.

Per contro una reale forma di deterrenza rispetto alla minaccia iraniana, soprattutto quella di bloccare le vie di accesso al Golfo, è rappresentata dal naviglio leggero come piccole fregate, corvette, pattugliatori e specialmente unità contromisure mine che risulterebbero particolarmente efficaci contro un nuovo tentativo di minamento di quel mare così poco profondo come già avvenuto in passato.

Per altri analisti, come John Glaser direttore degli Studi Esteri del Cato Institute, l’eventualità della chiusura di Hormuz sarebbe solamente una “paura esagerata e mal riposta” in quanto questo scenario ignorerebbe gli stessi interessi iraniani, che verrebbero profondamente colpiti dal blocco in quanto attraverso quello stretto passa anche il loro traffico di greggio ed una eventuale chiusura danneggerebbe in primis la l’economia di Teheran. Inoltre anche Glaser come Clark ritiene che “ogni tentativo di chiudere lo Stretto verosimilmente mobiliterebbe la comunità internazionale che darebbe luogo ad una coalizione militare contro l’Iran molto più grande e potente di quella nata nel 1990 contro l’Iraq, uno scenario che metterebbe a rischio la stessa sopravvivenza del regime degli Ayatollah e pertanto non auspicabile”.

Un’analisi che se da un lato può essere coerente in merito agli effetti di una coalizione internazionale, dall’altro non tiene conto dei progressi fatti da Teheran per uscire dalla strozzatura di Hormuz implementando le infrastrutture petrolifere – per opera dell’India in funzione anti-pakistana – nel porto di Chabahar (unico accesso diretto all’Oceano Indiano che ha il Paese), che si sta dotando di terminal moderni per il trasporto del greggio, se pur non così grandi come quelli nei pressi del maggior porto iraniano, Bandar Abbas per cui passa ancora più dell’80% del traffico marittimo di Teheran.

Altre considerazioni più strettamente militari che non farebbero rimpiangere la costante presenza di portaerei nel Golfo derivano dall’assunto che gli Usa in questo particolare momento storico hanno stabilito dei forti legami con i propri partner dell’area ed in particolare ci si riferisce alle due importanti basi che hanno in Qatar (al-Udeid sede della Quinta Flotta) e negli Eau (al-Dhafra).

In caso di bisogno quindi la capacità di proiezione di forza tramite attacchi aerei sarebbe efficacemente mantenuta proprio grazie all’utilizzo di questi due importanti avamposti militari, ma anche questa considerazione pecca di presunzione: non è dato sapere quale sarà il tenore dei rapporti che intercorreranno tra Washington e le altre monarchie del Golfo in futuro, soprattutto visti gli ultimi successi che ha ottenuto Mosca con la vendita di armamenti nell’area, e quindi una portaerei, che non richiede la comunicazione diplomatica (eventualmente limitante) degli obiettivi da bombardare a Paesi terzi che ospitano le basi aeree e che, soprattutto, ha in sé ancora la flessibilità di poter navigare ed operare a riparo da occhi indiscreti, risulta ancora uno strumento molto efficace in questo senso.

Anche la spiegazione secondo cui il ritiro delle portaerei verrebbe pareggiato dall’aumento della presenza di forze terrestri e aeree per ovviare alla possibile riduzione della percezione di deterrenza americana ci sembra una considerazione abbastanza aleatoria proprio perché un aumento di tal tipo dovrebbe sempre essere concordato con i governi dei Paesi ospitanti non avvenendo mai in modo unilaterale.

Tutte queste motivazioni degli esperti del Pentagono ci sembrano voler giustificare la situazione di emergenza in cui versa l’Us Navy che, attualmente, è in difetto anche nel numero di portaerei disponibili.

La “Nimitz” di ritorno dall’Estremo Oriente è entrata in bacino a marzo per una serie di lavori della durata di 15 mesi; la “Eisenhower” sta ultimando i sei mesi di Pia (Planned Incremental Availability); “Carl Vinson” e “Theodore Roosevelt” sono rientrate a San Diego e, molto probabilmente, quest’ultima andrà incontro ad altri mesi di cantiere; la “George Washington” ad agosto del 2017 è in bacino di carenaggio per lavori che la terranno fuori servizio per 4 anni (Refueling and Complex Overhaul); anche la “Ronald Reagan” sta in questo periodo subendo lavori di manutenzione a Yokosuka, lasciando così la Us Navy con solo quattro portaerei operative o prossime tali di cui la “John Stennis” attualmente nel Pacifico Orientale, la “Truman” nel Mediterraneo.

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