La fuga del presidente filorusso Janukovich (22 febbraio 2014), la nomina dell’ex capo dei servizi segreti Turcynov alla presidenza ad interim della Repubblica e le successive elezioni presidenziali del 25 maggio misero di fatto fine all’Euromaidan (o Rivoluzione della dignità, come viene chiamata dagli ucraini) e spalancarono le porte alla presidenza di Petro Poroshenko. Tra l’Euromaidan, nella sua manifestazione concreta e non in quella idealizzata, e la stagione del “re del cioccolato” (Poroshenko era noto per essere il maggiore produttore dolciario dell’Ucraina) c’è un legame stretto che merita di essere ricordato.
Quando diventa presidente, Poroshenko ha già alle spalle un percorso politico lungo e sinuoso. Entra in Parlamento per la prima volta nel 1998 con il Partito social-democratico fedele all’allora presidente filorusso Leonid Kuchma. Quasi subito fonda un proprio movimento, Solidarietà, che mantiene anche quando contribuisce alla nascita del Partito delle regioni, altra formazione filo-russo che sarà poi quella del presidente Janukovich. Anche lì però si ferma poco: aderisce alla coalizione Nostra Ucraina guidata da Viktor Jushchenko, con cui si fa rieleggere in Parlamento nel 2002, diventando presidente della Commissione Bilancio. Nel 2005 è tra i principali finanziatori della campagna presidenziale di Jushchenko che, diventato presidente, lo “ricompensa” nominandolo segretario del Consiglio di sicurezza ucraino. Da lì entra presto in contrasto con la premier Julija Tymoshenko e si ritrova sotto accusa per una delle mille privatizzazioni truccate della storia ucraina. Jushchenko fa dimettere tutti. Poroshenko torna in Parlamento nel 2006, sempre con Nostra Ucraina, ma decide di non ripresentarsi alle elezioni anticipate del 2007. In compenso, nel 2009, arriva al Governo con la carica di ministro degli Esteri, che abbandona quando, nel 2010, alla presidenza arriva Janukovich. Rientra nel Governo nel 2012, dopo essere stato presidente del Consiglio della Banca centrale d’Ucraina, dicendo di aver accettato la proposta per avvicinare l’Ucraina all’Europa.
E con questo siamo arrivati all’Euromaidan. È noto che Poroshenko, insieme ad altri oligarchi come Ihor Kolomoiski e Rinat Akhmetov, era uno tra i principali sostenitori politici e finanziatori economici delle proteste, soprattutto per quanto riguarda le formazioni dell’estrema destra che in essere ebbero un ruolo importante, forse decisivo. Il che corrisponde perfettamente alla sua precedente carriera politica. Al di là di un’inclinazione europeista e filo-Nato, quello che aveva sempre mosso personaggi come Poroshenko era l’interesse personale, che in quegli anni era messo a rischio dall’ingordigia della famiglia Janukovich, anch’essa un clan oligarchico che però, rispetto agli altri, aveva il vantaggio di controllare le istituzioni, in particolare la magistratura e le forze di polizia. Per gli oligarchi “classici” (e Poroshenko lo era: alle attività dolciarie aveva affiancato cantieri, finanziarie, vasti traffici con i petroli e nell’agricoltura), che dall’indipendenza ucraina si spartivano le ricchezze del Paese senza incontrare difficoltà, Euromaidan era l’occasione perfetta di sbarazzarsi del più temuto e potente rivale.
Quando la Rivoluzione della dignità vinse, Poroshenko si tenne alla larga dal Governo provvisorio. Puntava al vertice. E infatti, dopo aver stretto un patto con Vitalyj Klitshko (ex campione di pugilato, uno dei leader dell’Euromaidan), al quale fu promessa la carica di sindaco di Kiev che detiene ancora oggi, il “re del cioccolato” riuscì a diventare presidente. Successo solennizzato, dal punto di vista politico, dalla firma (27 giugno 2014) dell’accordo di associazione con l’Unione Europea, quello che Janukovich aveva provato ad annullare e che aveva innescato il movimento dell’Euromaidan.
Dentro la vocazione europeista e filo-Nato, principi da lui sempre affermati, Poroshenko si è sempre mosso da opportunista. Lui sapeva bene quanto contasse la spinta potente del nuovo nazionalismo, che proprio i fatti di Euromaidan avevano in qualche modo sottratto alle ridotte estremistiche dell’ultradestra e a cui avevano dato dignità nazionale. Ma sapeva altrettanto bene che partiti neo-fascisti (se non sospettabili di simpatia neo-nazista) come Svoboda e Pravy Sektor, mortificati dagli elettori ma gratificati dalle istituzioni, potevano pesare molto sugli orientamenti della pubblica opinione. La sua azione di governo, quindi, fu tutta condotta all’insegna dello slogan “esercito, lingua e fede“, che in effetti è stato tradotto in azioni concrete, che hanno contribuito a ridisegnare l’assetto interno ed esterno del Paese.
L’esercito: in collaborazione con alcuni Stati europei e con gli Usa, Poroshenko ha varato un ampio programma di riorganizzazione delle forze armate e di riarmo, trasformando l’esercito ucraino in uno dei più potenti d’Europa. Nel maggio del 2022 l’ex presidente ha infatti dichiarato al Financial Times che gli Accordi di Minsk era serviti non a cercare un accordo con la Russia ma a guadagnare tempo per l’operazione di riarmo. Posizione confermata e anzi rivendicata, poi, anche dalla ex cancelliera tedesca Angela Merkel e dall’ex presidente francese Francois Hollande. Durante la presidenza Poroshenko l’Ucraina, che era comunque tra i Paesi più poveri d’Europa, è arrivata a spendere il 4% per il bilancio della Difesa. E Poroshenko è stato il presidente che, in risposta alla secessione delle Repubbliche autoproclamate del Donbass, ha varato l’Operazione anti-terrorismo (22 luglio 2014), quella che il Cremlino considera il vero inizio della guerra in Ucraina.
La lingua: Poroshenko ha varato diversi provvedimenti per limitare il più possibile l’uso della lingua russa, soprattutto nelle scuole e negli uffici pubblici, e di converso per incentivare l’uso dell’ucraino.
La fede: Poroshenko è stato protagonista della nascita, nel 2018, della Chiesa ortodossa autocefala ucraina, con l’evidente intento di aumentare il distacco dalla Chiesa ortodossa russa dipendente dal Patriarcato di Mosca e di esaltare il sentimento nazionale ucraino.
Tutto questo ha di certo contribuito a ridefinire l’identità nazionale ucraina (Zelensky, che nel 2019 ha sconfitto Poroshenko proprio criticandolo su questi presupposti, dopo l’invasione russa ad essi ha poi fatto abbondantemente ricorso) ma non a risollevarla dalla perenne crisi economica né a risolvere il problema endemico della corruzione, che si è manifestato in una lunga serie di scandali. Nel 2019, quando ha cercato la rielezione, Poroshenko ha scontato soprattutto questo ed è stato travolto dal 73% dei voti ottenuti dallo sfidante Zelensky.
