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Che succede a Petro Poroshenko? L’ex presidente dell’Ucraina sembra incapace di reagire al duplice ko elettorale subito in pochi mesi. Il 21 aprile l’umiliante sconfitta contro lo sfidante Volodymyr Zelensky, diventato Presidente con il 73% dei voti. Il 21 luglio il tonfo finale, con il partito di Zelensky al 44% e, somma beffa, il partito filo-russo al secondo posto. A conferma, tra l’altro, che la stagione atlantista dello scontro a tutti i costi con la Russia, rappresentata appunto da Poroshenko con l’appoggio degli Usa, era entrata in pieno declino.

Colpi micidiali che hanno steso non solo lui ma un intero apparato di potere. Sono ormai dodici le inchieste aperte a Kiev a carico dell’ex Presidente e dei suoi collaboratori o compagni d’affari. La più recente chiama in causa Poroshenko, Valeria Gontareva (fino al 2017 governatrice della Banca Nazionale d’Ucraina), una serie di pezzi grossi dell’azienda della Difesa “Ukroboronprom” e i loro colleghi finanzieri della “Ukreksibanka”. Sotto la lente dei magistrati il trasferimento di molti milioni di dollari su una serie di conti off-shore che, ovviamente, si sospetta siano controllati appunto dagli indagati.

Come sempre in questi casi, è difficile capire se si tratti di scandali prima insabbiati o di scandali sollevati ora a bella posta dagli avversari diventati vincitori. Non bisogna dimenticare che l’attuale presidente Zelensky ha avuto come grande sponsor il magnate Ihor Kolomoiskij, terzo uomo più ricco d’Ucraina e proprietario dei canali televisivi che hanno lanciato lo stesso Zelensky verso la fama, prima come attore e poi come politico. Kolomoiskij era stato un sostenitore della prima ora della rivoluzione di Maidan, e anche un grande finanziatore del famigerato Battaglione Azov, la formazione para-nazista attiva nel Donbass contro i rivoltosi filo-russi. Nel 2014 il presidente provvisorio Oleksandr Turchinov l’aveva nominato governatore della regione di Dnepropetrovsk. Ma nel 2015 Poroshenko, appena eletto a sua volta Presidente, aveva cancellato la nomina. Per Kolomoiskij si era allora aperta una lunga stagione di grane giudiziarie che gli avevano fatto perdere la banca Privatbank e l’avevano costretto a trasferirsi in Svizzera.

Forse Kolomoiskij sta cercando di rifarsi attraverso il suo pupillo Zelensky. Fatto sta che Poroshenko ha preso la famiglia e in tutta fretta ha lasciato l’Ucraina. La prima tappa è stata in Turchia, dopo è anche riuscito a farsi ricevere, per un incontro privato svoltosi il 28 luglio, da Recep Tayyip Erdogan. Dicono i bene informati che la cortesia sia dovuta ai forti investimenti nel settore turistico realizzati da Poroshenko ad Antalia e Bodrum, oltre che alla sua sollecitudine nell’indirizzare verso la Turchia i turisti ucraini, tutte cose che Erdogan ha di certo apprezzato.

Parlavamo di “prima tappa” perché il programma del viaggio prevedeva, in seguito, gli Emirati Arabi Uniti e infine la Spagna. Poroshenko, però, non pare sul punto di lasciare la Turchia. C’è quindi un’altra interpretazione, un po’ più maligna, della sua improvvisa passione per Istanbul. Suona così: l’ex presidente avrebbe voluto dirigersi verso la Spagna, altro Paese dove ha importanti attività economiche oltre a numerose proprietà e residenze. Lo preoccupa, però, l’attivismo dei giudici ucraini, improvvisamente decisi a passare al setaccio fine certe sue passate imprese. Pende tra l’altro nei suoi confronti, a Kiev, anche un procedimento (peraltro improbabile) per alto tradimento. L’accusano di aver inscenato la provocazione nello Stretto di Kerch (il 25 novembre del 2018 tre navi della marina militare ucraina si scontrarono con navi russe e finirono sequestrate, alcuni marinai ucraini furono feriti) per poter dichiarare la legge marziale e così rinviare le elezioni presidenziali (cosa che non avvenne) o almeno risalire nei sondaggi.

Se le inchieste aperte a carico di Poroshenko dovessero procedere, i giudici potrebbero emettere nei suoi confronti un mandato di cattura internazionale e la Spagna sarebbe in quel caso obbligata a estradarlo. Non così la Turchia, che si rivelerebbe per lui un “porto sicuro” come pochi altri. Chi la pensa così vede insomma un Petro Poroshenko che ha abbandonato qualunque speranza di giocare ancora un ruolo politico e ha, di fatto, già scelto la via dell’esilio. Di certo l’Ucraina non ha impiegato molto a dimenticarlo.

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