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Populismo e sovranismo sono due concetti politici completamente diversi. Anche se i media commettono spesso l’errore di sovrapporre i due termini come se fossero sinonimi, esistono in realtà differenze non trascurabili che separano i fenomeni populisti da quelli sovranisti.

I primi non seguono dogmi, incarnano una generica lotta del popolo contro le élite, accusate di essere usurpatrici del benessere, offrono soluzioni semplici a problemi complessi e spingono per una riforma della democrazia, in modo tale che questa risulti più diretta possibile. I populismi, inoltre, si nutrono delle crisi economiche e democratiche, al punto che possono essere considerati ottimi termometri per misurare lo stato di salute di un determinato sistema politico.

Diverso è il discorso relativo ai sovranismi, le cui esperienze, pur condividendo punti di contatto con i fenomeni populisti, o addirittura facendo uso dello stesso populismo nella comunicazione politica, o in altri ambiti, mirano a tutelare l’identità di uno Stato nazionale rispetto alla comunità internazionale, i confini e, più in generale, le prerogative della nazione.

Negli ultimi anni sono emersi un po’ in tutto il mondo leader politici ibridi, difficili da etichettare in un senso o nell’altro. A complicare ulteriormente la situazione, lo scenario di fondo dei Paesi da loro rappresentati, talvolta nemmeno più considerati democratici ma “autocratici”, per non dire autoritari. Prendiamo il caso di Viktor Orban, primo ministro dell’Ungheria, a capo del partito Fidesz, politico navigato e legittimamente eletto dal popolo al termine di regolari contese elettorali. Orban è accusato – in termini dispregiativi – di essere populista, sovranista e demagogo. Al di là delle considerazioni valutative effettuate da giornalisti e opinionisti, dove possono essere collocati, nella scena politica odierna, personaggi come Viktor Orban? E qual è il loro obiettivo politico?

Orban: populista o sovranista?

La figura politica di Orban è abbastanza enigmatica. Il leader ungherese può essere definito populista? Secondo Marco Tarchi, politologo, esperto di populismo, e professore di scienza politica all’Università di Firenze, ci troviamo al cospetto di un equivoco non ancora risolto. “Concettualmente, il problema è quello di non aver ancora effettuato una distinzione chiara tra populismo e sovranismo. Invece una distinzione chiara c’è e, da questo punto di vista, Orban gioca la carta di un sovranismo fortemente conservatore e tradizionalista, che non ha necessariamente troppo a che vedere con il populismo”, ha subito chiarito Tarchi.

Del resto il populismo è in grado, per definizione, di assumere anche, in alcune circostanze, posizioni conservatrici. Spostandosi in Olanda, possiamo fare l’esempio di Geert Wilders e del suo Partito per la Libertà; quella di Wilders è una formazione populista che può contare su un retroterra molto poco conservatore. Orban, al contrario, “gioca invece la carta del conservatorismo”, ma il suo patriottismo nazional religioso è complicato dal fatto che, nonostante una chiara maggioranza cattolica, in Ungheria è presente anche un protestantesimo abbastanza vivo. Insomma, siamo di fronte a un leader politico che starebbe utilizzando il populismo come strumento per raccogliere consensi, pur rifacendosi a un evidente conservatorismo di fondo.

Ma qual è il futuro di Viktor Orban? “Orban può diventare, se ci riesce e se lo vuole, il capofila di un nuovo conservatorismo reattivo, non più rassegnato a diminuire la velocità del cambiamento imposto dai progressisti, ma disposto a combattere il progressismo sul suo stesso terreno”, ha spiegato Tarchi. Orban deve tuttavia fare i conti con una spada di Damocle non da poco, la stessa che pende sulla testa del governo polacco, ceco e slovacco.

“La palla al piede di Orban, e in parte anche degli altri membri del Gruppo di Visegrad, è il fatto che non si trova nella condizione di poter uscire dall’Unione europea, perché, dal punto di vista economico, una mossa del genere provocherebbe enormi sconquassi all’Ungheria”, ha aggiunto ancora Tarchi. Il primo ministro ungherese si troverà quindi costantemente a fare i conti con sanzioni, denigrazioni e attacchi più o meno diretti da parte di Bruxelles, almeno finché l’Ue manterrà la guida che ha adesso. “Il ruolo di Orban, al di fuori dei confini magiari, è molto difficile da interpretare”, ha concluso Tarchi.

I leader del Gruppo di Visegrad

Orban è soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno complesso. È il prototipo dei recenti leader apparsi in Europa Orientale, a metà strada tra l’esser definiti populisti, sovranisti e conservatori. Spesso questi politici riuniscono a sé tutti e tre i concetti citati, rielaborando nuove forme comunicative. Ci sono però da considerare debite differente dettate dall’importanza che i rispettivi Paesi governati da tali figure giocano sullo scacchiere geopolitico internazionale. Un conto, infatti, è il ruolo dell’Ungheria di Orban; un altro quello della Polonia, della Repubblica Ceca o, meglio ancora, della Russia.

“La logica di conduzione del potere di Vladimir Putin tiene conto della dimensione mondiale del suo Paese. Quella di Orban, dei cechi o anche degli slovacchi e dei polacchi, non può che tener conto di un interdipendenza molto maggiore”, ha ribadito Tarchi. È pur vero, ha aggiunto il professore, che “esiste il Gruppo di Visegrad” ed è presente “un coordinamento tra questi Paesi per intervenire su alcuni punti, soprattutto quello del blocco dell’immigrazione. Resta viva, tuttavia, la minaccia dell’Ue di Ursula Von der Leyen di agire facendo leva sulle sanzioni, sui singoli piani nazionali connessi al Next Generation Eu. Questo può mettere diversi bastoni tra le ruote”.

In ogni caso, ha concluso Tarchi, malgrado gli incontri tra i leader facenti parte del Gruppo di Visegrad e le varie proclamazioni, “non vedo ancora costituirsi, in forma organica o molto coordinata, un fronte sovranista conservatore in grado di poter agire in maniera analoga in tutti i Paesi e di poter costituire un – sia pur per ora limitato – contropotere a quello dell’Ue”.

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