Il nuovo Segretario di Stato di Washington, Mike Pompeo, ha avviato un lavoro intenso e alacre per rilanciare le prospettive strategiche statunitensi nella cruciale regione indo-pacifica sin dalla sua nomina al vertice della diplomazia a stelle e strisce in sostituzione di Rex Tillerson. Dopo esser stato il principale artefice del dialogo con la Corea del Nord, che culminerà nell’imminente vertice di Singapore tra Donald J. Trump e Kim Jong-un, l’ex direttore della Cia è ora intento a elaborare la nuova dottrina strategica per gli Usa nel teatro dell’Indo-Pacifico, in sintonia con il direttore per gli Affari asiatici della Casa Bianca, Matthew Pottinger, il ministro del Tesoro, Steven Mnuchin, con cui sta stendendo un documento destinato alla pubblicazione subito dopo l’estate.

La dottrina Pompeo mira al contenimento della Cina

Destinataria del nuovo indirizzo strategico è, chiaramente, la Repubblica Popolare Cinese, partner e avversario principale per Washington nella regione. Con Pechino gli Usa mantengono una relazione ambivalente; l’ascesa di Trump alla Casa Bianca ha rinfocolato le rivalità in campo commerciale e geopolitico ma, al tempo stesso, aperto un canale diretto tra il Presidente e il suo omologo Xi Jinping fondato su un saldo rapporto personale.

La dottrina strategica elaborata da Pompeo si fonda sulla necessità di contenere il dinamismo economico, commerciale e militare della Cina saldando l’asse con i tre maggiori partner regionali: Giappone, India e Australia.

“L’idea di fondo è quella di costruire il quadrilatero delle democrazie nella grande area tra l’Oceano Pacifico e Indiano: Stati Uniti, Giappone, Australia e India”, ha scritto Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera. “La premessa è politico-ideologica: questi Paesi condividono gli «stessi valori» e gli stessi principi giuridici. Lo scenario, in verità, non è nuovo: nei centri studi di Washington se ne discute da tempo. Ma ora il progetto è diventato concreto. I diplomatici americani, indiani, australiani e giapponesi lo stanno esaminando nei dettagli”.

Washington chiede agli alleati di partecipare attivamente alle Freedom of navigation operations nel Mar Cinese Meridionale e mira ad organizzare esercitazioni navali congiunte, ma assemblare un fronte tanto composito, oltre i proclami, è operazione decisamente complicata. L’Australia mira a non perdere lo status di importante partner economico di Pechino, l’India oscilla tra il progressivo avvicinamento a Washington, sancito anche dalla rottura tra Usa e Pakistan, e la necessità di non spingere alle estreme conseguenze la rivalità con la Cina e di dialogare attivamente con essa, mentre in Giappone le incertezze sulla tenuta dell’esecutivo di Abe, colpito da una serie di scandali, rendono difficili le ipotesi sul completamento della sua agenda politica.

Pompeo punta a coordinarsi con gli apparati di Washington

Nell’elaborare la sua revisione strategica, Pompeo può contare sulla forte spinta degli apparati politico-militari della capitale statunitense. 

Al Senato è infatti allo studio l’Asia Reassurance initiative act (Aria) che, come segnalato da The Diplomat, stanzierebbe 7,5 miliardi di dollari per rilanciare la presenza Usa nell’Indo-Pacifico, garantire gli interessi economici di Washington nella regione, rafforzare l’interazione con gli alleati e, soprattutto, rendere operativa la National Security Strategy che individua proprio nella Cina una potenza nei confronti della quale risulta necessario “rafforzare la difesa e la capacità di deterrenza”.

Promosso inizialmente dal senatore repubblicano John McCain, l’Aria ora ha il sostegno dei suoi colleghi di partito, Cory Gardner, Marco Rubio, Todd Young e dei democratici Edward Markey e Ben Cardey; il Dipartimento di Stato a sua volta ha incassato l’appoggio del Pentagono nella sua promulgazione. Pompeo ha seguito i consigli dell’ammiraglio James Stavridis, che a marzo in un editoriale apparso su Bloomberg gli suggeriva un forte coordinamento esecutivo con il Segretario alla Difesa James Mattis.

Pomepo, dunque, recepisce il consenso degli apparati politico-militari di Washington nell’elaborazione della principale strategia geopolitica statunitense per il prossimo futuro. La relazione con la Cina, in ogni caso, non potrà non partire da un dialogo intenso: la “trappola di Tucidide” e lo scontro diretto tra le due potenze, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale, non sono ad oggi un’ipotesi peregrina e completamente tramontata. Prima dell’hard power, Pompeo dovrà essere in grado di garantire un uso efficace dello smart power di Washington e rilanciare il ruolo della diplomazia di cui è a capo in seno all’amministrazione.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME