Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Roma è l’unica città al mondo capitale di due Paesi, ma di questo solo uno è un impero. Immateriale, morale, diplomatico, ma pur sempre un impero. E quando leader o esponenti governativi stranieri fanno visita a Roma sia alle istituzioni italiane che a quelle vaticane molto spesso è la visita Oltretevere a risultare politicamente più importante.

Questo è stato il caso sicuramente della visita di Stato del presidente russo Vladimir Putin svoltasi la scorsa estate e dell’attuale tour italiano del Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo. Pompeo, che pure per l’Italia ha una particolare attenzione dovuta sia al retaggio famigliare che a una particolare sensibilità politica, si è infatti approcciato in maniera diversa con l’Italia e il Vaticano. A Giuseppe Conte e Luigi Di Maio ha offerto consigli non proprio disinteressati, inviti alla “lealtà” e a una completa “affidabilità” sul sostegno alla linea Usa su dossier quali Iran e Venezuela. Ma soprattutto chiarezza nei rapporti con la Cina, in merito alla partecipazione italiana alle vie della seta e allo sviluppo del 5G targato Huawei. Richieste da fratello maggiore, quasi da ispettore dell’atlantismo del governo Conte II: fatto che non dovrebbe stupire se si pensa che proprio Pompeo ha ritenuto insufficienti le credenziali atlantiche di Matteo Salvini dopo la visita dell’ex ministro dell’Interno oltre Atlantico a giugno.

In Vaticano, invece, Pompeo ha trovato in Papa Francesco e Pietro Parolin due interlocutori ritenuti a Washington parigrado. “La vera visita per Pompeo è quella in Vaticano: quella in Italia è solo una visita di cortesia, che avviene incidentalmente mentre a Roma si è formato un nuovo governo”, fa notare un analista come il professor Carlo Pelanda in un’intervista a StartMag. Pelanda, tra gli accademici italiani più favorevoli a un rafforzamento ferreo dell’atlantismo, non nega che la visita vaticana di Pompeo possa avere una motivazione nel tentativo di amplificare il contenimento della Cina. Gli “imperi paralleli” non sono più solo Vaticano e Usa: ora a queste due entità politiche va aggiunta la Repubblica popolare cinese, che nella riappacificazione con la Santa Sede avviata con l’accordo sui vescovi mira a compiere un vero capolavoro geopolitico conquistando la vicinanza politica del maggior attore mondiale che ancora non ne riconosce la legittimità. Dal canto suo, Bergoglio può a ben diritto vantare di aver convinto la Cina aconcedere la prima limitazione autonoma di sovranità della sua millenaria storia garantendo al Vaticano un diritto di voce nella nomina dei vescovi.

Abbastanza da far scattare l’allarme rosso a Washington, per cui una convergenza Usa-Vaticano sarebbe politicamente inaccettabile. In primo luogo, come messaggio simbolico, certificherebbe come sia ancora Roma il ponte tra Oriente e Occidente; inoltre, sotto il profilo politico, un Vaticano non ostile alla Repubblica popolare fungerebbe da centro di gravità per quei Paesi europei desiderosi di un legame più stretto con Pechino. Tanto da ritenere possibile un sostegno della Curia all’adesione italiana alla Belt and Road Initiative. “L’America per mantenere una posizione di pressione sulla Cina ha bisogno che il Vaticano rimanga neutrale”, spiega Pelanda, e Pompeo mira a facilitare uno sviluppo in tale direzione. Soprattutto confrontandosi con Bergoglio sul tema della libertà religiosa Pompeo ha aperto una breccia laddove più forti sono le divisioni nella Chiesa: “Il Vaticano è molto diviso su questa questione, anche perché c’è una ribellione dei cattolici in Cina per l’accordo dell’anno scorso tra Santa Sede e Cina sulla nomina dei vescovi. C’è viceversa una corrente filo-cinese molto forte, che comprende anzitutto i gesuiti”, tanto che La Civiltà cattolica, organo dell’ordine, è il principale sostenitore dell’abbraccio con Pechino.

La visita di Pompeo ci ricorda come la proiezione mondiale del Vaticano sia oramai enormemente maggiore rispetto a quella italiana. Senza una strategia di lungo periodo non ci resta che l’irrilevanza o il “richiamo all’ordine” dei nostri fratelli maggiori. Ma anche sfruttare i margini di manovra offerti dalla presenza in casa di una potenza diplomatica mondiale come la Santa Sede deve essere un obiettivo da coltivare cum grano salis e non attraverso mosse estemporanee:

facilitando un dialogo a tre, Italia-Cina-Vaticano, Roma potrebbe ad esempio presentare il suo ruolo nel triangolo con la Città Proibita al mondo

Senza del resto apparire eccessivamente ambigua agli occhi della Cina. Sempre nella mente dell’amministrazione Trump e del capo della sua diplomazia. Anche dentro i confini delle mura petrine.

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