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Washington chiama, Roma risponde. Mike Pompeo sarà a Roma la prossima settimana e, in vista dello sbarco del Segretario di Stato degli Usa il governo italiano si prepara sui dossier che Pompeo vorrà affrontare in un viaggio che lo porterà ad incontrare sia le autorità del nostro Paese che quelle del Vaticano.

Il tema più caldo sarà quello tecnologico, e l’arrivo in Italia di Pompeo porterà certamente a un vertice decisivo per capire come, sul lungo periodo, l’Italia si posizionerà nella guerra del 5G combattuta dagli Stati Uniti contro la Cina e, in particolare, Huawei. Gli Stati Uniti chiedono il bando totale del colosso di Shenzen dal 5G nazionale e non sono soddisfatti delle misure prese dal governo Conte dopo aver consultato servizi segreti e Copasir: l’esclusione de facto di Huawei dai bandi per il 5G di Telecom Italia non cancella una situazione che vede l’azienda cinese fortemente presente e radicata sul territorio nazionale. Gli Stati Uniti chiedono una svolta “britannica”, ovvero che l’Italia si adegui alla decisione presa dal governo di Boris Johnson, dopo diverse resistenze, di dismettere gli asset Huawei dalla rete di ultima generazione entro il 2027.

Il contenimento “pompeiano” della Cina è a dir poco aggressivo, e investe anche gli alleati transatlantici degli Usa. Giuseppe Conte lo sa bene dai tempi in cui il National Security Council, nel marzo 2019, avvertì sulla firma del memorandum della “Nuova via della seta“. L’avvicendamento della Lega col Partito Democratico a fianco dei Cinque Stelle nel governo non ha cambiato il livello di allarme di Washington per i legami sino-italiani. Dunque alla conferma della visita di Pompeo il governo ha convocato a Palazzo Chigi un vertice ad hoc sulla rete di ultima generazione.

Alla riunione, svoltasi giovedì 24 settembre, erano presenti  il premier, i capi delegazione della maggioranza (Alfonso Bonafede, Dario Franceschini, Teresa Bellanova, Roberto Speranza) e i ministri interessati al dossier: i due toccati direttamente dal tema dello sviluppo della rete, Stefano Patuanelli per il Mise e Roberto Gualtieri per il Mef, a cui si sono aggiunti il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, degli Affari europei Vincenzo Amendola, della Difesa Lorenzo Guerini, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro. Un consiglio dei ministri quasi del tutto completo nei suoi nomi più importanti, in cui spicca però l’assenza della titolare dell’Innovazione Paola Pisano, che ha fatto il punto sulla linea che il governo dovrà presentare a Pompeo.

Il vertice avrebbe confermato il fatto che il governo italiano ha piena consapevolezza dei potenziali rischi in ambito securitario per la gestione dei dati sensibili trasmessi nella rete 5G nazionale in caso di controllo di potenze straniere e sostenuto l’adesione italiana a una strategia d’indipendenza tecnologica in ambito europeo. In cui però Roma fatica a declinare la sua partecipazione, staccata dal piano franco-tedesco Gaia-X. In tal senso va valutato che ruolo potrà giocare l’attore pubblico nel contesto della rete unica, questione complementare al 5G, che il governo Conte immagina guidata dal consorzio Tim-Cdp, mentre Beppe Grillo perora l’opzione di un ente completamente pubblico.

Fonti governative sentite da Il Fatto Quotidiano segnalano che il governo italiano, nel confronto con Pompeo, sembra destinato a unire alla consapevolezza dei rischi la presentazione degli strumenti normativi di cui l’Italia si è dotata per prevenire una caduta della sua rete sotto mani potenzialmente ostili: “Il confronto – hanno riferito le fonti del quotidiano diretto da Marco Travaglio  – ha condotto a una condivisa valutazione positiva dell’assetto normativo di cui l’Italia si è dotata negli ultimi tempi, che appare ben strutturato, orientato alla definizione e prescrizione di standard di sicurezza molto elevati, e idoneo a garantire un adeguato livello di protezione delle infrastrutture e delle reti di comunicazione di rilevanza strategica”. Impossibile non pensare al golden powerche il governo Conte II ha nei primi giorni di vita esteso alla rete 5G. Ma la domanda chiave è capire se a Pompeo tutto ciò basterà o se il Segretario di Stato chiederà un contenimento molto più diretto e aggressivo.

L’amministrazione Trump ragiona in termini di brutali rapporti di forza, ma sul dossier Cina è lecito pensare che anche in caso di vittoria di Joe Biden l’orientamento statunitense, teso a indicare nell’Impero di Mezzo il rivale strategico per eccellenza, non cambierà di molto. Già il Regno Unito aveva provato a presentare come attenuante i suoi elevati standard securitari, come ricordato prima della nomina a capo della task force anti-coronavirus dall’ex ad di Vodafone Vittorio Colao  per strappare a Washington il via libera agli affari coi cinesi, ricevendo un brusco semaforo rosso. Possibile che Pompeo aumenti la pressione per una dismissione totale degli asset cinesi: come reagirebbe il governo italiano posto di fronte all’alternativa tra la scelta di campo e il rischio di rimanere a metà del guado? Abbiamo un piano per inserire in maniera strategica Huawei? Esiste un piano B nel caso ciò costi a Roma posizioni nelle gerarchie politiche occidentali? A queste domande il governo Conte dovrà rispondere presto: nella battaglia dei giganti tra Cina e Usa con l’ignavia non si va da nessuna parte.