Varsavia – In un paese dove la memoria politica è breve e la rabbia elettorale profonda, è quasi ironico, se non poetico, che l’uomo noto per aver fatto irruzione in Parlamento con un estintore stia superando la maggior parte dei candidati del cosiddetto „blocco democratico” polacco. Eppure è proprio questo lo scenario emerso dal primo turno delle elezioni presidenziali.
Trzaskowski regge, ma il centro si frantuma
Rafał Trzaskowski, esponente della Piattaforma Civica, ha superato di misura Karol Nawrocki: 30,8% contro il 29,1%. Ma a rubare la scena sono stati Sławomir Mentzen (15,4%) e Grzegorz Braun (6,2%), outsider della Confederazione, che hanno saputo sfruttare il malcontento diffuso. Nessuna delle figure istituzionali tradizionali, nemmeno il presidente del Sejm, Szymon Hołownia, è riuscita a contrastare la carica iconoclasta di Braun, provocatore per vocazione e maestro della comunicazione virale.
Ciò che per alcuni è ridicolo, per altri è rivelatore: non si tratta di un semplice incidente politico, ma di un sintomo profondo della decomposizione del consenso post-1989, del collasso del centro e dell’esaurimento delle élite.
Per oltre trent’anni la politica polacca si è strutturata attorno a un duopolio: da un lato i liberali filoccidentali della PO, dall’altro i nazional-conservatori del PiS, eredi di una visione identitaria basata su fede, tradizione e risentimento storico. Ma questo equilibrio, più culturale che istituzionale, sta cedendo.
A destra, la Confederazione offre un’alternativa aggressiva: Słaowmir Mentzen con il suo „populismo da foglio Excel” e Grzegorz Braun, teocrate destabilizzatore che conosce i media meglio dei giornalisti stessi. Non sono più marginali: sono catalizzatori del cambiamento, che bruciano ciò che resta dell’autorità morale del PiS e dell’influenza della Chiesa cattolica.
A sinistra: protesta invece di protocollo
Anche la sinistra ha voltato pagina. Adrian Zandberg e Magdalena Biejat propongono un’agenda coerente, non compromessa dai giochi di potere. Mentre la Coalizione Civica offre tecnocrazia, loro offrono senso e mobilitazione. Dove Hołownia propone protocollo, Biejat propone protesta.
Questa trasformazione non è un fenomeno isolato. La crisi del centro in Polonia riecheggia in tutta Europa: nei parlamenti frammentati di Spagna, nella guerra politica a tre in Francia. Ovunque, il centro non convince più. E in Polonia, dove lo Stato post-comunista non ha mai davvero messo radici profonde, la disillusione è ancora più esplosiva.
La „Terza Repubblica” si è trasformata in una religione tecnocratica senza santi, con riti vuoti e promesse non mantenute.
Rabbia, ironia, identità. E un desiderio disperato di chiarezza, anche se veicolato da voci pericolose. Il blocco democratico appare confuso, incapace di capire perché il caos sembri preferibile alla competenza. Ma proprio questi concetti, caos, competenza, hanno perso significato: per i giovani, la democrazia è stagnazione travestita da civiltà; per i disillusi, la competenza è puro interesse personale.
Il futuro? Comincia il 1° giugno
Sì, l’uomo con l’estintore può essere un imbarazzo nazionale. Ma è anche un segnale. In democrazia, i sintomi non vanno ignorati: vanno capiti. Soprattutto quando iniziano a vincere.
Il duopolio non muore in silenzio: viene smembrato da entrambi i lati. Il futuro? Forse sarà più brutto, ma sarà nuovo. E in politica, come in natura, nulla è più spietato del giovane con qualcosa da dimostrare.
Lo scopriremo il 1° giugno, quando le urne chiuderanno il sipario sulla vecchia Polonia e forse ne apriranno uno sulla prossima.
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