Pochi giorni fa un tribunale polacco ha respinto la richiesta tedesca di estradizione per l’ucraino Volodymyr Zhuravliov, 46 anni, sommozzatore esperto, che gli investigatori tedeschi sospettano essere uno degli uomini che piazzarono le cariche esplosive che, il 26 settembre del 2022, fecero saltare i gasdotti Nord Stream, e ne ha ordinato l’immediato rilascio. In contemporanea, la Corte di Cassazione italiana ha bloccato la stessa richiesta di estradizione arrivata dalla Germania per Serhii Kuznetsov, 49 anni, ucraino anche lui, sommozzatore anche lui e come Zhuravliov sospettato per l’attentato. Guarda tu le combinazioni…
Mentre il governo italiano, sempre attento a barcamenarsi, ha accolto la buona (rispetto alle alleanze europee ed extraeuropee) notizia in silenzio, quello polacco ha voluto esibire la soddisfazione. A festeggiare sono intervenuti tutti, dal capo dei servizi segreti al ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski (il genio che, all’epoca dell’attentato, pubblicò su X un post che diceva “Grazie Usa!”, poi cancellato) fino al primo ministro Donald Tusk che, in diverse riprese, ha detto quanto qui riassumiamo: il problema non è stato aver distrutto quei gasdotti ma averli costruiti; tutto ciò che danneggia la macchina militare russa è benvenuto; decisione giusta (a proposito della mancata estradizione, n.d.r.), il caso è chiuso”. Il tutto, naturalmente, condito con prediche e sermoni sull’europeismo.
È vero che tra Germania e Polonia non corre buon sangue. Ancora agli inizi del settembre scorso il presidente polacco Karol Nawrocki ha rinnovato alla Germania la richiesta di pagare i danni per la seconda guerra mondiale, che fonti parlamentari polacchi stimano in 1,5 trilioni di euro. Ma nella questione Polonia-gas (russo o no) c’è molto di più, e vale la pena parlarne.
Comprare il gas russo
Già il precedente premier polacco, Mateusz Morawiecki, entrando al summit dei leader europei del 20 ottobre 2022, aveva detto: “Il gas russo, teoricamente a buon mercato, doveva essere una benedizione per la Germania ed è divenuta una maledizione per tutta l’Europa”. Quante volte l’abbiamo sentito dire, in questi anni? Una cosa è certa, però: non è stato una maledizione per la Polonia. Fino al 2022, Varsavia si procurava il 50% del fabbisogno di gas proprio dalla Russia attraverso il gasdotto Yamal, e il 10% del fabbisogno di petrolio attraverso il gasdotto Druzhba. In più, godeva anche, per l’uno per l’altro, dei diritti di transito, contrattati nel 2010 dopo una lunga controversia con Gazprom (Varsavia chiedeva all’epoca l’aumento da 1,94 a 2 euro per 1.000 metri cubi di gas ogni 100 chilometri) nella stessa occasione in cui l’azienda russa si impegnò ad aumentare la fornitura di metano a Varsavia di circa 11 miliardi di metri cubi tra il 2012 e il 2022. Considerato che il gasdotto Yamal percorre su territorio polacco 650 chilometri, quegli 11 miliardi di metri cubi hanno reso alla Polonia un bel pacchetto di miliardi. L’avvio del Nord Stream 2, che passava sotto il Mar Baltico, avrebbe fatto saltare il gruzzolo.
Uno dirà: eh, ma allora la Polonia si fidava della Russia, non c’era ancora la guerra in Ucraina… Per niente: nel 2018 (solo un esempio), prima presidenza Trump, il governo polacco si offrì di investire 2 miliardi di dollari purché gli Usa insediassero in Polonia almeno una divisione corazzata. E per parte sua, la Russia già nel 2008 aveva dispiegato i suoi missili Iskander nell’esclave di Kaliningrad, a un paio di minuti di volo da Varsavia.
Quindi: la Polonia non si fidava della Russia ma comprava dalla Russia enormi quantità di gas e petrolio con cui non solo guadagnava in diritti di transito ma metteva benzina nel motore del proprio sviluppo economico: tra il 1996 e il 2024 il Pil della Polonia è cresciuto in media del 3,88% l’anno, con un picco nel 2007 (7,1%). Complici l’ingresso nella Ue e i cospicui fondi di stabilizzazione erogati da Bruxelles (la Polonia è da sempre tra i primi recipienti e gli ultimi contributori nell’Unione: per il periodo 2021-2027 le arriveranno 98 miliardi), ma utile anche il costo moderato dell’energia. Ai prezzi attuali non ce l’avrebbe fatta, e infatti il Pil 2024 è cresciuto “solo” del 2,9%.
Ultima considerazione: non è stata la Polonia a rinunciare al gas e al petrolio russi, ma la Russia a interrompere le forniture: di gas nel 2022 e di petrolio nel 2023. Perché la Russia chiedeva di essere pagata in rubli, per reagire alle sanzioni e la Polonia non poteva rompere il fronte Ue. Ma il rubinetto l’ha chiuso la Russia, non la Polonia. Quindi: nessuna maledizione energetica russa (primo) e ragioni evidenti per cui la Polonia poteva detestare l’idea dei gasdotti Nord Stream (secondo): perché avrebbero collegato direttamente la Russia (manco al Cremlino si fidavano della Polonia, storicamente ostile e legata a filo doppio agli Usa) e Germania, togliendo alla Polonia succosi diritti di transito e un importante vantaggio strategico. Il tutto a favore della detestata Germania e dell’altrettanto detestata Russia. Si capisce quindi l’esultanza di Tusk e soci per la distruzione del gasdotto e il blocco alle indagini sul Nord Stream, e anche l’evidente complicità con i potenziali autori dell’attentato. Comprensibile che si difenda l’interesse nazionale (e ne parleremo nel prossimo articolo) ma le prediche sull’europeismo, ecco, quelle sarebbe carino che ci fossero risparmiate.
(1. continua)