Il cerchio si è stretto poco alla volta. Una manovra a tenaglia che, ieri pomeriggio, ha portato all’arresto di Cesare Battisti a Santa Cruz, in Bolivia. La polizia ha lavorato con precisione maniacale per arrivare all’ultimo covo del terrorista italiano. E non senza difficoltà. Prima tra tutte il tempo, visto che il latitante stava pianificando da mesi la fuga. Con la vittoria di Jair Bolsonaro, infatti, Battisti aveva compreso che l’aria in Brasile era cambiata e che gli sarebbe mancata la copertura internazionale che in questi 37 lunghi anni gli aveva concesso la libertà.
Tutto è partito dal monitorare con attenzione le telefonate e le mail che partivano e arrivavano a Battisti: “A incastrarlo diciamo che sono state le indagini tecniche – spiegano fonti della polizia milanese all’Adnkronos – D’altra parte, Battisti non lo abbiamo mai mollato. Lo teniamo sotto controllo da sempre, lui e il suo entourage”.
Ha inoltre spiegato Lamberto Giannini, direttore centrale della Polizia di prevenzione: “È stata una indagine complessa, hanno collaborato moltissimo la Polizia boliviana che ha dato un contributo fondamentale, l’Interpol, la Polizia di prevenzione e la Digos di Milano. Ci sono degli accertamenti ancora in corso sulla rete di protezione di cui ha goduto. Sui dettagli non posso al momento darle dettagli, ma da diverso tempo il personale era lì, prima in Brasile e poi in Bolivia, ha fatto anche delle attività congiunte. Anche l’Aise ha contribuito alle operazioni della cattura”.

Lo stesso Giannini ha poi spiegato: “Fare la latitanza implica degli spostamenti e dei contatti la presenza assidua sul territorio ed il monitoraggio di certi luoghi ci ha consentito l’individuazione. Era assolutamente necessario avere la certezza che fosse lui perché un allarme avrebbe rischiato di rendere vana la nostra attività”.
Ma la stessa rete internazionale che l’ha aiutato per 37 anni si è trasformata in un boomerang per Battisti. Spiegano a questo proposito fonti della polizia citate dall’AdnKronos che l’entourage del latitante non era composto da ex terroristi bensì da “personaggi della sua area politica di riferimento e da altri soggetti con cui è entrato e rimasto in relazione negli anni della latitanza”.
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