Iniziano oggi in Oman le trattative sul nucleare iraniano tra la delegazione di Washington guidata da Steve Witkoff e quella di Teheran. Prima dell’incontro Witkoff, reduce da un faccia a faccia di quattro ore con Putin, ha detto che l’America è pronta a “un compromesso“.

Dichiarazione che va letta in parallelo alle parole di Trump, il quale ha tracciato una linea rossa per l’Iran: “Non può avere l’arma atomica“. Affermazione, quest’ultima, che appare ovvia, ma che ovvia non è, dal momento che i falchi anti-Teheran stanno tentando di inserire nel negoziato altre linee rosse, che vedono lo smantellamento delle milizie armate sciite in Medio oriente – Hezbollah, le milizie irachene e quelle Houti – e il ridimensionamento delle capacità belliche di Teheran.
Sono tali pressioni a rendere difficile un negoziato di per sé facilissimo, dal momento che l’Iran non ha mai perseguito l’arma atomica, sviluppo impedito peraltro da una specifica fatwa – divieto di ordine religioso – dell’ayatollah Khamenei del 2012 e mai revocata (rimandiamo a uno studio della Columbia University sulla forza vincolante di tale pronunciamento, che in Iran ha più forza di una specifica giuridica).
L’atomica che non c’è
Non solo, nonostante lo spettro del nucleare iraniano sia brandito da decenni, tante, pubbliche e autorevoli sono state le smentite. Per citare solo le più recenti, si può ricordare la dichiarazione del capo della Cia William Burns dell’ottobre scorso, il quale ha affermato che non c’era alcuna prova che Teheran abbia deciso di costruire l’atomica e le parole dell’attuale capo dell’intelligence nazionale Usa Tulsi Gabbard che, a marzo, ha affermato: “Le Agenzie di intelligence [americane] continuano a ritenere che l’Iran non stia costruendo un’arma nucleare e che la Guida suprema Khamanei non abbia autorizzato il programma delle armi nucleari da lui sospeso nel 2003”.

Da parte loro, le autorità iraniane hanno ribadito più volte tale determinazione, ma tutto ciò non è servito ad allentare la spinta per incenerire l’Iran, se non per brevi periodi. Spinta che si è riproposta con forza con la presidenza Trump e che ora si trova a un bivio cruciale: se i negoziati dovessero fallire, la guerra sarebbe pressoché inevitabile. Da qui la drammaticità del momento.
Anche perché, al solito, Trump ha imposto un’accelerazione drammatica alla querelle, indicando una scadenza davvero breve ai negoziati: due mesi. Una scadenza pone gravi criticità alle trattative, dal momento che ai falchi basterà creare difficoltà capaci di allungare i tempi per poi chiedere al presidente americano di essere conseguente alle sue roboanti minacce.
Ciò spiega perché le autorità iraniane puntino a un accordo temporaneo, come riporta Axios, che dia modo di allungare i tempi così da poter affrontare in maniera esaustiva la materia disinnescando la tagliola temporale. Perché le trattative saranno per forza di cose complesse, dal momento che non potranno limitarsi solo al nucleare iraniano, ma dovranno necessariamente affrontare anche le tante criticità mediorientali che interessano sia Teheran che Washington, oltre che dirimere i rapporti tra i due Paesi, logorati da decenni di duro confronto a distanza.

Da notare, come da cenno iniziale, che Witkoff ieri ha incontrato Putin. Nei report odierni si riferisce che i due hanno parlato solo della guerra ucraina, cosa confermata dalle parole di Trump, il quale, al solito, ha dichiarato che i negoziati sono andati avanti e che un accordo si appressa (facile a dirsi, difficile a farsi).
Ma è ovvio che abbiano parlato anche, e soprattutto, dell’appuntamento cruciale in Oman, tanto cruciale che resta indicibile. E che la dichiarazione previa di Witkoff sull’apertura al compromesso con l’Iran sia da ricollegarsi a quel colloquio, dal momento che la Russia ha stretti rapporti con Teheran.
Di Ucraina e compromessi
Quanto all’esito dei colloqui tra Witkoff e Putin sull’Ucraina, non si sa molto. Si sa che la querelle attuale verte sul destino del Donbass. Ne accennava la Reuters riferendosi all’incontro della settimana scorsa a Washington tra Witkoff e Kirill Dmitriev: “Meno di 48 ore dopo aver cenato con il negoziatore inviato dal presidente russo Vladimir Putin a Washington la scorsa settimana, Steve Witkoff, l’inviato speciale degli Stati Uniti che guida i colloqui con Mosca, si è incontrato con il presidente Donald Trump alla Casa Bianca e gli ha trasmesso un messaggio chiaro”.

“Secondo Witkoff, il modo più rapido per mediare un cessate il fuoco è sostenere una strategia che darebbe alla Russia la sovranità su quattro regioni ucraine orientali”. L’inclinazione al compromesso di Witkoff è stata duramente contestata dall’uomo che Trump ha designato come suo inviato per l’Ucraina, l’ex generale Keith Kellogg, scelto proprio perché dà voce ai falchi che Trump ha imbarcato nella sua amministrazione per coprirsi le spalle.
Detto questo, sicuramente sono stati fatti passi avanti, ma quali e quanti non è dato sapere. D’altronde non è facile fermare la corsa verso la terza guerra mondiale avviata con l’incendio ucraino.
Proprio perché è una guerra mondiale, per risolverla occorrerà mano a mano spegnere gli incendi collaterali, avviare processi di de-escalation globali, forzare dove è possibile forzare (i dazi imposti da Trump in modalità schok and hawe servivano anzitutto a questo: indurre i circoli internazionali che spingono per la terza guerra mondiale a più miti consigli; mossa non riuscita dal momento che in risposta minacciavano una recessione globale in stile ’29, ma qualche esito l’ha avuto). Non resta che attendere gli sviluppi.
Concludiamo con un commento al titolo: nonostante le buffonate e la spavalderia da bullo – bullismo che vede drammatici picchi negli States, dove si sta consumando una tragica repressione contro la manifestazioni di solidarietà verso il popolo palestinese, una brutale stretta sull’immigrazione clandestina e altro – la presidenza Trump in politica estera vede un mix di forza e compromesso, laddove l’idealismo pregresso non ammetteva neanche all’orizzonte l’idea del compromesso, essendo l’America consegnata all’idea di realizzare a suon di bombe (guerra infinita) l’impero globale.

