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FALLO CON NOI

È notizia di questi giorni che dopo oltre 40 anni sette terroristi di estrema sinistra sono stati arrestati in Francia, nel corso di una operazione congiunta delle polizie italiana e francese. Nonostante la soddisfazione espressa dal mondo istituzionale, quei 40 anni di protezione oltralpe sono conseguenza sia della dottrina Mitterrand, sia della scarsa incisività della nostra politica internazionale. Insomma, siamo membri della stessa Unione e abbiamo impiegato quattro decadi per avere sette criminali dal nostro vicino? 

Sette più… sessanta se contiamo i criminali di guerra nazisti che Roma, fra il 2003 ed il 2017, ha riconosciuto responsabili di crimini nel corso dell’occupazione del ’43-’45. Fra loro, una decina è coinvolta nell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, il borgo della Versilia che nell’agosto del 1944 fu investito dalla furia delle SS della 16° Divisione Waffen SS “Reichsfhurer”: oltre cinquecento morti di cui centotrenta bambini. “In piazza per Zaki non per i nazi”. Avremmo anche potuto titolarlo così questo articolo perché, senza essere polemici, è la verità. Intendiamoci, spendersi per tutelare la salute e la libertà di un ragazzo che soffre in galera in un altro paese è più che legittimo e condivisibile. Ci domandiamo, però, come mai la stessa passione mostrata per il ricercatore non si sia concretizzata, nel corso del tempo, in atti finalizzati ad ottenere l’estradizione di criminali di guerra e di terroristi d’ogni fazione.

Quanto il peso dell’Italia è mancato

Lo scarso peso internazionale del Paese è cosa di vecchia data, che risale, almeno, al Congresso di Berlino quando si consumò quello che passò alla storia come lo “schiaffo di Tunisi”. In quell’occasione il tentennamento italiano sull’opportunità di conquistare la Tunisia (dove la comunità nazionale era seconda solo a quella araba e superiore alla comunità francese) permise a Parigi di arrivare per prima.

L’Italia era al tempo un giovane Regno la cui posizione geografica, la scarsità di risorse, l’arretratezza di alcune sue aree ed un’industrializzazione ancora agli albori impedivano di giocare alla pari sul tavolo delle grandi potenze. Neanche il sacrificio nella Grande Guerra, con seicentomila soldati morti combattendo gli Imperi centrali, permise all’Italia di ottenere una completa vittoria e ciò che l’Intesa le aveva promesso. Quella che si chiama “vittoria mutilata” è figlia, oltreché delle scelte degli Stati Uniti, anche dell’incapacità dell’allora classe dirigente di rivendicare le compensazioni territoriali garantite nel 1915. 

Quanto al regime fascista, dopo una certa centralità conquistata con il rafforzamento economico interno, con gli Accordi di Monaco e con la partecipazione alla Guerra di Spagna, il divario fra Italia e Germania si fa sempre più evidente a vantaggio di quest’ultima. E si può azzardare l’ipotesi che il peso di quella tragica vergogna che ci portiamo addosso dal 1938 sia figlio più di codardia in politica estera, che non di reale e concreta convinzione di un Popolo. 

Il peso dell’influenza tedesca

Pensavamo che il conflitto mondiale avesse spazzato via, insieme ad Hitler, anche la nefasta influenza della Germania sul nostro Paese. Ci sbagliavamo. La riunificazione tedesca (di cui noi europei ci siamo fatti carico, anche rinunciando agli indennizzi di guerra) ha riproposto una Germania competitiva e pronta ad imporsi sul fronte politico ed economico della nascente Unione Europea i cui “padri” fondatori sono considerati François Mitterrand ed Helmut Kohl.

Il cancelliere Kohl, in effetti, seppe giocare bene le sue carte, prima e dopo Maastricht. Di fronte al costoso divario economico fra RFT ed ex DDR, ricordando che il London debt agreement del 1953 aveva rimandato il pagamento degli ingenti debiti di guerra ad una futura riunificazione, capì che saldare il conto sarebbe stato impossibile: la fine della Germania. La salvezza stava nel convincere i creditori a cedere. E se l’Italia aveva già fatto un passo indietro ai tempi di De Gasperi per la Grecia, nazione alleata e con 1500 miliardi di dollari di credito, fu piuttosto duro dover accettare di perdere una somma così importante. Ma tanto accadde. 

La memoria è labile nel ricordare i benefici ma tenace nel ricordare i torti” rammenta Seneca. E, infatti, da allora Italia, Grecia, Spagna hanno vissuto una situazione di sudditanza davanti al gigante tedesco presto dimentico dell’aiuto ricevuto. Nel nostro Paese, inoltre, venuti a mancare i politici che avevano segnato la storia della Prima Repubblica, la memoria di quanto Berlino dovesse ai “PIGS” (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) è sparita insieme a parte della nostra sovranità.

Se Kohl era riuscito a salvare le casse tedesche, la “ossi” (tedesca orientale) Angela Merkel ha plasmato e rafforzato il ruolo di Berlino nella politica europea, interferendo non poco nella politica di altri stati, Italia in testa. Un livello di interferenza apertamente palesato nell’ottobre 2011 quando Angela Merkel ed il collega francese Nicholas Sarkozy scatenarono l’ilarità di una sala stampa. Battutaccia? No, espressero con un sorriso smorfioso i loro dubbi sulla credibilità del governo italiano. 

Che il IV governo Berlusconi fosse agli sgoccioli era allora cosa conclamata, ma solo l’ingresso in scena di Mario Monti – uomo di fiducia di Bruxelles – fu conferma del ruolo sempre minore che gli italiani avrebbero avuto, da lì in avanti, sulla libera scelta dei loro rappresentanti.

I limiti del sistema italiano

Alla luce di quanto scritto emerge che le prime “vittime” delle mancanze della nostra politica estera siano proprio i cittadini, la gente comune che ormai vede nell’Ue più un apparato burocratico che una comunità di nazioni sorelle. E mica solo per colpa della “propaganda sovranista”. La classe politica italiana è stata sempre marcatamente esterofila, se vogliamo sin dai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini. E, negli ultimi 30 anni, venuta a mancare l’Urss sembra che Bruxelles abbia preso, nel cuore di alcuni, il posto di Mosca. 

Popolo, nel senso vero del termine, non lo siamo mai stato né vi è mai stata una volontà di preservare la memoria del passato con obiettività e con senso critico, preferendo tramandare i meriti di una parte a scapito di un’altra o stravolgendo le verità storiche. L’assenza, dunque, di una identità storica condivisa ci ha impedito di imparare a conoscere il nostro ruolo, passato e presente, sullo scacchiere internazionale.