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Il ritorno alla dura contrapposizione tra Stati Uniti e Iran dopo il ritiro di Washington dall’accordo sul nucleare con Teheran e la decisione dell’amministrazione di Trump di rilanciare le sanzioni contro la Repubblica islamica ha visto l’Europa dibattersi nelle difficoltà legate alla mancanza di una visione unitaria e di una concreta capacità d’azione. 

Avendo la politica espresso timide proteste per il ritorno statunitense all’unilateralismo, il mondo dell’impresa europea ha agito assecondando, di fatto, la minaccia di Washington, temendo le dure sanzioni sull’export del petrolio e le transazioni finanziare con la Banca Centrale iraniana. Dalla Total, che ha rinunciato ad un accordo per lo sfruttamento del giacimento di gas South Pars, a Psa (marchi Peugeot, Citroën e DS) , da Siemens a Deutsche Telecom, da Air France a British Airways, numerose multinazionali hanno fatto rifluire investimenti e progetti dalla Repubblica Islamica.

Tra i grandi Paesi italiani, l’Italia si mantiene defilata: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha stabilito con Trump un rapporto di sintonia e fiducia ripagato con l’appoggio statunitense in Libia, ma deve tenere presente la storica importanza del rapporto tra Roma e Teheran per la politica mediorientale dell’Italia. Secondo il quotidiano iraniano Financial Tribune, l’Italia resta al primo posto per interscambio in Europa (con 2,55 miliardi di euro nei primi sette mesi del 2018), davanti a Francia, Spagna, Germania e Grecia. C’è spazio, per Roma, per ritagliarsi spazio di manovra nel triangolo Washington-Teheran-Bruxelles, a patto di elaborare una strategia di ampio respiro.

Le diverse posizioni nel governo Conte

Come segnalato da Francesco Bechis su Formichenel corso della sua recente visita a Washington, Conte ha saputo ben destreggiarsi sul tema dell’Iran, dichiarando da un lato che “l’Italia è disponibile a valutare atteggiamenti più rigorosi nei confronti della Repubblica Islamica qualora emergessero prove di una violazione iraniana dell’accordo sul nucleare (Jcpoa)” e, sul fronte opposto, di non essere disposto a ignorare “gli investimenti italiani in Iran, dove operano grandi aziende come Saipem, Danieli e Ansaldo”, promettendo di impegnarsi per “limitare al massimo l’impatto negativo” delle sanzioni secondarie americane”.

Conte dovrà essere in grado di bilanciare con giudizio le diverse posizioni interne al governo: alla felpata azione del presidente del Consiglio e di un fine diplomatico come il ministro degli Esteri Moavero Milanesi si aggiungono le posizioni espresse da Lega e Movimento Cinque Stelle.

La Lega non fa mistero della sua posizione favorevole “alla Nato, gli Usa e Israele” espressa dall’attuale sottosegretario della Farnesina Guglielmo Picchi in un’intervista di maggio rilasciata allo stesso Bechis. Picchi ha dichiarato che Israele “è il baluardo dell’Occidente in un mondo dove la democrazia, la libertà religiosa e i diritti umani sono sempre meno presenti”, facendo praticamente eco a quanto scritto nello statuto di The Movement, l’organizzazione fondata da Steve Bannon a cui Matteo Salvini pare ansioso di aderire.

Più sfumata e meno netta la posizione pentastellata: tuttavia, gli attacchi del ministro della Difesa Elisabetta Trenta alla guerra saudita in Yemen appaiono indicatori di un’apertura potenzialmente maggiore del partito di Luigi Di Maio alla collaborazione con Teheran.

La situazione sul terreno

Il dato principale da rilevare nel rapporto tra Italia e Iran, utile traccia per l’azione futura del governo Conte, è di matrice economica: Ansaldo, Danieli e buona parte dei grandi gruppi presenti nel Paese, per ora, attendono e non si sono uniti all’uscita massiccia di imprese europee dall’Iran, a parte due eccezioni sottolineate da Eastwest: “Pininfarina, che ha annunciato la sospensione di un contratto da 70 milioni, ed Eni, che ha chiarito di avere chiuso tutto il pregresso e non avere più obiettivi di investimento in un Paese che pure, dai tempi di Enrico Mattei, ha tanto segnato la storia del gruppo”.

Su Eastwest, inoltre, sono citate le dichiarazioni di Luca Miraglia, amministratore delegato di Quarkup Group, secondo cui l’Iran “ha individuato proprio nell’attrazione delle Pmi straniere – insieme all’intensificazione delle relazioni con i Paesi non allineati – un obiettivo primario da perseguire”. Per le Pmi italiane questo “apre delle nicchie di interessanti opportunità. Ovviamente da filtrare attraverso le lenti del ridotto potere d’acquisto del rial e dei possibili blocchi merceologici locali”.

L’economia è una chiave di lettura fondamentale per aprire a un discorso di matrice politica: l’Italia, secondo Gianni Castellaneta del Foglio potrebbe trovare spazio per “giocare un ruolo di facilitatore” tra Teheran e Washington derivante “dai tradizionali legami storici ed economici e dall’esperienza personale sul campo mai interrotta”. Una prospettiva interessante che il governo Conte dovrebbe tenere ben in mente. Perché l’interesse nazionale viene prima di ogni scelta di campo. E per coltivarlo serve consapevolezza dei propri mezzi, conoscenza degli scenari internazionali e volontà politica. Nei confronti dell’Iran, disperdere una congiunzione del genere sarebbe un errore assolutamente da evitare.

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