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La politica è imprevedibilità e, viste sotto il profilo strategico, esistono vittorie tattiche che possono ribaltarsi in sconfitte strategiche e, all’inverso, frenate più o meno brusche che appaiono meno gravi sotto il profilo di lungo periodo. Il caso di Podemos nel recente voto spagnolo lo testimonia.

Rispetto al voto del 2016, infatti, la coalizione di sinistra Unidos Podemos ha perso 1,3 milioni di voti, è arretrata di sette punti percentuali (da oltre il 21% al 14,3%), è stata doppiata dal Partito Socialista (Psoe) del premier Pedro Sanchez che ha saputo calamitare su di sè il tema del “voto utile” contro le destre e ha perso a favore di Ciudadanos la posizione di terza forza politica di Spagna. Tuttavia, mai come ora la sinistra radicale spagnola appare fondamentale per la politica spagnola e pronta all’approdo al governo.

Di fatto, il partito di Pablo Iglesias era già parte della maggioranza da giugno 2018, avendo votato a favore della mozione di sfiducia che ha rovesciato Mariano Rajoy e aperto la strada del governo a Pedro Sanchez. Tuttavia la peculiare struttura dell’esecutivo, un monocolore socialista con diverse aggiunte tecniche, non aveva garantito alla sinistra posti nell’esecutivo. Ora la situazione è molto diversa. Iglesias, nella notte dopo le elezioni, ha aperto ufficialmente all’ipotesi di un governo di coalizione con il Psoe.

Perchè Podemos serve a Sanchez

“Il Psoe avanza, ma non può farlo da solo. Per restare al palazzo della Moncloa, Sanchez dovrà coinvolgere Podemos, ma anche i partiti che la complicata geografia spagnola: i nazionalisti baschi del Pnv, moderati ed europeisti, i valenciani di Compromis, il movimento delle Canarie”, sottolinea La Stampa. “Il vecchio Partito socialista operaio  riesce non solo a fermare un’avanza della destra, che alcuni mesi fa sembrava inarrestabile, ma anche a fare a meno del sostegno degli indipendentisti catalani, un appoggio che sarebbe costato caro”.

Il voto utile favorisce Sanchez su Iglesias ma al tempo stesso ” è servito anche a Podemos che perde molti deputati, ma riesce a smentire mesi, o forse, anni di pronostici drammatici”. La sommatoria delle percentuali di voti della coppia Psoe-Podemos è di poco superiore a quella fatta registrare nel 2016, quindi appare arduo parlare di una “svolta a sinistra” per la Spagna, ma il nuovo esecutivo si appresta a posizionarsi su posizioni meno centriste di quelle che terrebbe, ad esempio, un governo di coalizione tra il Psoe e i liberali di Ciudadanos, ipotesi oramai residuale.

Podemos dichiara guerra all’austerità

E qui entra in gioco Podemos. Prossimo a ripartire laddove l’agenda del governo Sanchez si era fermato: da quella legge di bilancio per il 2019 che ha rappresentato la più radicale proposta anti-austerità mai messa in campo in Europa occidentale nell’ultimo decennio, un cambio di tendenza netto rispetto al recente passato e ai governi Rajoy.

L’opposizione degli indipendentisti catalani ha impedito l’entrata in vigore di una legge di bilancio che prevedeva numerose misure-bandiera del programma di Podemos, tra cui salario minimo a 900 euro al mese, aliquote Irpef più alte dai 130mila  euro annui, patrimoniale, pensioni legate all’inflazione reale, incenvitiv a auto elettriche, aumento del budget per gli assegni sociali e altre misure sul diritto alla casa, da sempre tema centrale del partito.

Una convivenza non facile
Iglesias, lanciando la campagna elettorale a marzo in un comizio di Madrid, non ha fatto mistero di ritenere l’agenda economica prioritaria per la sua partecipazione a un governo di coalizione, dove Podemos chiederebbe sicuramente ministeri di peso, ed è stato tra i pochi leader ad attaccare i partiti di centro e di destra, Vox incluso, per un’agenda economica fondata su profondi tagli d’imposta, ritenuta eccessivamente sbilanciata in favore dei redditi superiori.

La possibilità di trovare un terreno comune, in campo economico, è notevole. Psoe e Podemos si avviano dunque a rinnovare l’accordo di coalizione riducendo il numero di partiti regionalisti di cui sarà richiesto l’appoggio e liberandosi del fardello catalano, ma i punti di divergenza, dalla politica estera (dove Iglesias attacca Sanchez per il sostegno a Juan Guaidò in Venezuela) al ruolo della Spagna in Europa (reso ancillare a quello della Germania da Rajoy) non mancheranno. E sul lungo periodo Iglesias e Sanchez dovranno sanare numerose potenziali fonti di conflitto.

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