Dopo quarant’anni di lotta il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) ha, come atteso da tempo, dichiarato la fine della lotta armata. L’organizzazione indipendentista dei curdi di Turchia ha annunciato “il completamento della sua missione storica” due mesi e mezzo dopo che Abdullah Ocalan, il leader della formazione in carcere da oltre un quarto di secolo, aveva chiamato a una soluzione politica della questione con il governo di Ankara.
Dopo decenni di scontri con le autorità turche il leader del Pkk e il presidente Recep Tayyip Erdogan sono a un passo dal chiudere una partita decennale. Dalla metà degli anni Ottanta l’insorgenza delle istanze indipendentiste ispirate all’ideologia del confederalismo democratico del Pkk, unione di marxismo-leninismo e nazionalismo curdo, portò a una durissima repressione da parte di Ankara e a una guerra che è proseguita a intermittenza causando, tra scontri e attentati, 40mila morti.
La guerra è proseguita anche dopo che il Pkk ha abbassato a fine Anni Novanta il livello delle sue rivendicazioni, passando dall’indipendentismo alla richiesta di uno statuto speciale per i curdi di Turchia. Erdogan e Ocalan ora mirano a chiudere la partita. Come ricordato su Sky Insider, “a primo ministro, Erdogan aveva intavolato discussioni e colloqui di pace col Pkk nel 2011, naufragati nel 2015 in un nulla di fatto”, mentre “ora, il governo di Ankara intende chiudere le trattative e realizzare l’auspicio del vicepresidente Devlet Bahceli, leader del Partito del Movimento Nazionalista (Mhp, i “lupi grigi”) che per primo a ottobre ha lanciato un appello pubblico a Ocalan per una nuova fase di pacificazione”.
L’attenzione data dai due leader alla ricerca di un accordo travalica i confini turchi e ha a che fare tanto con le ambizioni politiche di Erdogan quanto con le nuove dinamiche di potere tra il Paese anatolico e la Siria. Ozge Genc, ricercatrice presso il Middle East Council on Global Affairs, ha scritto su Al-Jazeera che “i cambiamenti nelle alleanze in Siria, esemplificati dal recente accordo tra le Forze democratiche siriane (Sdf) guidate dai curdi e il governo siriano, confermano che il messaggio di Ocalan non è isolato o puramente interno, ma offre un’opportunità cruciale che potrebbe ridefinire tutto, dalle politiche di sicurezza della Turchia al futuro posizionamento degli attori curdi, plasmando la prossima fase delle dinamiche di potere regionali”.
In primo luogo, la Turchia vuole sanare la faglia curda per blindare la sua nuova proiezione regionale che la proietta fino a Damasco. L’accordo tra Sdf e governo di Ahmad al-Sharaa in Siria deve, nella strategia di Erdogan, andare di pari passo con la stabilizzazione della questione curda su entrambi i lati del confine, pena un depotenziamento dell’influenza di Ankara.
In secondo luogo, la Turchia ha timore che delle forze esterne possano far leva sui curdi per far da spina nel fianco alla proiezione geostrategica di Ankara. In questo senso, il timore è soprattutto di una mossa da parte di Israele, Stato che dell’asse coi curdi ha fatto una priorità in passato per influenzare strumentalmente le dinamiche mediorientali. I tentativi di Tel Aviv di ostacolare la riunificazione della Siria sono palesi e diretti proprio contro l’influenza di Ankara, come dimostrato dai raid su Damasco delle scorse settimane e dal tentativo di usare la comunità drusa a tal fine. Intervenire sul campo curdo è dunque strategico per Erdogan.
Infine, Erdogan, ha scritto Genc, mira a conquistare sostegno politico nel campo curdo in vista di future battaglie politiche: un possibile referendum sulla modifica della Costituzione per consentirgli un nuovo mandato prima e le presidenziali 2028 poi varrebbero, per il Reis, la prospettiva di concedere spazi di autogoverno ai curdi specie se nel primo passaggio i contenuti dell’accordo Pkk-Ankara fossero messi nero su bianco. Per Genc Erdogan mira a riconquistare al suo Partito Giustizia e Sviluppo gli elettori curdi che “si erano allontanati dal dopo il fallimento del processo di pace tra Turchia e PKK nel 2015 e la svolta del governo verso il nazionalismo turco, oltre ad attrarre una nuova generazione di elettori curdi”.
La fine della lotta armata del Pkk non è la fine della questione curda. Ma mostra l’evoluzione delle dinamiche politiche nella regione, e non solo in Turchia. Se Erdogan e Ocalan troveranno una quadra, la conseguenza sarà di portata regionale. Ma chiaramente le problematiche aperte da quarant’anni di conflitto non finiranno nello spazio di un mattino e ci vorrà tempo.
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