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Entra nel vivo la discussione sulla manovra italiana e si allenta il braccio di ferro tra il governo Conte e la Commissione europea, grazie a un dialogo reso possibile dagli incontri del G20 di Buenos Aires e all’intermediazione di alcuni Paesi europei (probabilmente guidati dalla Germania) per stemprare la baldanza dei vertici di Bruxelles, a lungo acritici nella loro ostilità verso Roma.

Il governo a sua volta tratta sul deficit: non più di un rapporto al 2,4% del Pil si discute, ma di un margine leggermente inferiore, che la Lega vorrebbe non al di sotto del 2,2%, da ottenere rimodulando la partenza del reddito di cittadinanza e della riforma delle pensioni. 

Tuttavia, non è sul deficit che l’Italia gioca la partita più importante. Lo scontro con la Commissione, dovuto principalmente alle diverse interpretazioni contenute nei modelli di simulazione presentati da Roma e Bruxelles, va letto nel contesto di un rallentamento generale dell’economia globale che sta già coinvolgendo l’Eurozona e l’Italia. Il più attento osservatore degli scenari geoeconomici globali all’interno del governo, Paolo Savona, ha paventato i  “rischi di una recessione produttiva” sottolineando, scrive Lettera43, “l’indubbia capacità dell’organizzazione europea di creare stabilità finanziaria e monetaria, ma non di creare sviluppo”. Compito, questo, che dovrebbe essere svolto dal governo attraverso politiche anticicliche che coinvolgano maggiormente lo Stato nell’economia, a partire dai cruciali e fondamentali investimenti in infrastrutture di cui c’è assoluto bisogno.

Il nodo della manovra: non il deficit, ma i contenuti

E il governo, nella sua azione, non sembra essere intenzionato a seguire i consigli dell’esperto economista sardo. Stefano Fassina, deputato di Sinistra Italiana, aveva definito il deficit al 2,4% come una “forzatura coerente con il mandato elettorale” di Lega e Movimento Cinque Stelle, ha denunciato sull’Huffington Post la scelta dei partiti di governo di trattare sul deficit con la Commissione invece che spostare consistenti somme su investimenti ad alto moltiplicatore per arginare una frenata economica: “Entriamo nel peggiore degli scenari: la manovra di finanza pubblica, nata espansiva, diventa pro-ciclica, in un quadro di rallentamento di tutta l’Eurozona. In più, la retromarcia si porta dietro le conseguenze negative dell’impennata dello spread per famiglie, imprese e bilancio pubblico”.

Secondo Fassina, i vicepremier Salvini e Di Maio e Giuseppe Conte avrebbero dovuto “impegnarsi sulla proposta contenuta nel Documento del ministro Savona (“Una politeia per un’Europa più forte e più giusta”), al fine di dare un quadro di seria analisi economica alle forzature politiche e incominciare a sostenere, possibilmente in coro con gli altri Paesi dell’Eurozona in difficoltà, che il problema sono le regole, ossia il mercantilismo estremo Made in Germany, non l’extra-deficit dell’Italia” e, al contempo, ” correggere l’allocazione dell’extra-deficit e concentrarlo sugli investimenti pubblici in piccole opere, ad elevato moltiplicatore”.

Momento Tsipras?

Su quanto scritto da Fassina in questo ambito non si può che concordare. Al tempo stesso, Fassina è meno convincente nel dichiararsi concorde con la tesi espressa in un’intervista al Corriere della Sera da Mario Monti, secondo cui il governo sta entrando nel cosiddetto “momento Tsipras”, preludio di una “resa” ai desiderata di Bruxelles”.

Critico di questo assunto è l’economista Vladimiro Giacchè, che ha parlato in termini chiari al Sussidiario: “Un giorno dipingi il governo italiano come una sorta di Gengis Khan collettivo, il giorno dopo – quando il governo accetta il dialogo – lo dipingi come chi ha già firmato la resa. Io per la verità credo che il rischio di un momento Tsipras non sia prossimo per l’Italia: e che lo allontani precisamente il ricordo di cosa è stato il ‘momento Troika’ incarnato dal governo Monti”.

Giacchè, comunque, pur dichiarandosi favorevole a una de-escalation delle tensioni con l’Unione, sostiene apertamente la linea di Fassina e Savona, auspicando una prevenzione attiva del rischio recessione.

Ma Giacchè punta in particolare il dito contro i vincoli europei che frenano l’azione del governo: una “politica monetaria unica per Paesi in situazioni molto diverse e divergenti, cambio unico – con una moneta che per il Paese centro è sottovalutata, per molti degli altri sopravvalutata -, scarsa se non nulla possibilità di fare politiche anti-cicliche, politiche fiscali più o meno obbligate, regolamentazione bancaria anch’essa pro-ciclica, con una superfetazione di nuove norme ma senza la minima condivisione dei rischi, estrema attenzione al rischio di credito a fronte di un rischio di mercato assolutamente sottovalutato” rappresentano una vera e propria “ricetta per il disastro” nel caso in cui un esecutivo decidesse nuovamente di applicarle.

Non c’è spazio per una guerra aperta tra Roma e Bruxelles

L’evoluzione delle ultime settimane ha in ogni caso ricombinato notevolmente il terreno di gioco e i termini dello scontro economico tra Italia e Commissione. Il 2,4% dell’Italia è in ogni caso inferiore al deficit al 2,8% presentato dalla Francia di Emmanuel Macron, che ora per placare le proteste scoppiate nel Paese dovrà ampliare ulteriormente le spese della sua manovra finanziaria, rischiando di sforare i parametri di Maastricht. 

Coraggiosa, invece, è stata la manovra anti-austerità di Pedro Sanchez in Spagna. I socialisti di governo e la sinistra di Podemos non hanno arretrato dal 2,7% di deficit che ha attratto critiche di Bruxelles e, rimodulando a gennaio la discussione in materia, sono pronti a giocare i destini stessi del governo sull’approvazione della loro legge di bilancio.

L’Italia, in questo contesto, può permettersi un’azione coraggiosa a sostegno dello sviluppo e dell’occupazione. Non c’è spazio per una guerra tra Roma e Bruxelles in un’Unione in campagna elettorale verso le europee di maggio e in cui troppo spesso i Paesi si dimostrano incapaci di muoversi in maniera congiunta. Con il 2,4% di deficit si può portare a casa un eccellente risultato adattando le spese alle mutate condizioni dell’economia globale e, come ha scritto Fassina, garantendo un deciso “recupero di spazi di sovranità costituzionale” attraverso la sconfitta dell’austerità. Un duplice sforzo, sul piano economico attraverso la correzione della manovra e sul piano diplomatico attraverso la promozione del piano Savona, potrebbe, se attuato, valorizzare l’interesse nazionale italiano in Europa: oltre ogni dichiarazione, non esiste azione migliore che il governo Conte dovrebbe intraprendere.

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