Anatoly Sharyj, chi era costui? Chi ha seguito le vicende ucraine ricorderà questa meteora. Giornalista investigativo e blogger, 46 anni, nel 2012 aveva ricevuto “asilo politico” da parte delle autorità Ue perché con le sue inchieste aveva attirato le attenzioni poco simpatiche da parte dei poliziotti e dei magistrati ucraini. Poi arriva l’Euromaidan del 2014, e Sharyj inaspettatamente comincia a criticare sia quella che gli ucraini chiameranno “Rivoluzione della dignità” sia gli assetti di potere che ne derivano. Scoppia la crisi del Donbass e lui, per riconoscendo che la Russia aveva le mani in pasta, invitava il suo Governo (a quell’epoca era presidente Pietro Poroshenko) a considerare quel conflitto come una guerra civile ucraina e a cercare una pacificazione con i separatisti. Sulla Crimea, riannessa alla Russia nel 2014, altro scandalo: Sharyj invita a lasciarla al Cremlino in nome di un accordo più vasto.
Adesso sembra incredibile ma nel 2019, alle elezioni politiche successive alla trionfale ascesa di Volodymyr Zelensky alla presidenza, quelle in cui Servo del popolo (il partito zelenskiano) ottiene la maggioranza assoluta, Sharyj si presenta con il Partito di Sharyj e porta comunque a casa un quasi 3% dei voti. E l’anno dopo, alle elezioni amministrative, riesce a far eleggere diversi consiglieri comunali e regionali. E poi… fine. Nel febbraio del 2021 viene accusato di “tradimento” e “incitamento all’odio razziale” e se ne scappa in Spagna. Nel febbraio del 2022 definisce l’invasione russa “un’aggressione contro il popolo ucraino”. Poco dopo il suo partito viene messo al bando con altri undici. Nel maggio dello stesso anno è arrestato in Spagna, a Tarragona dove vive, su mandato di cattura internazionale richiesto dalle autorità ucraine. Il giudice spagnolo lo libera il giorno dopo e poi sentenzia che non ci sono le basi per accogliere la richiesta ucraina di estradizione. Ieri l’ultimo colpo di scena: Sharyj sfugge miracolosamente a un attentato, dopo che la sua auto viene investita da una serie di raffiche di mitra.
Restiamo in Spagna ma spostiamoci a Villajoyosa, nei pressi di Alicante. È qui che un paio di settimane fa viene trovato il cadavere di un giovane russo: gli hanno sparato molti colpi di pistola e poi l’hanno anche calpestato con l’automobile. Professionisti, dice la polizia spagnolo, gente che ha seguito la vittima a lungo prima di colpire e che ha saputo evitare tutte le telecamere. Salta fuori che il morto è Maksim Kuzminov, 33 anni, già pilota di un elicottero militare Mi-8 da combattimento. Nell’agosto del 2023 Kuzminov era decollato dalla sua base ma, invece di compiere la missione assegnata, era volato verso l’Ucraina dove aveva consegnato il velivolo all’intelligence militare di Kiev, con cui si era in precedenza accordato. Lui aveva ricevuto 500 mila dollari e un’identità falsa per nascondersi in Spagna. I suoi due compagni di equipaggio erano stati meno fortunati: uccisi entrambi dagli ucraini. Non spreca parole Kyrylo Budanov, capo dei servizi segreti militari ucraini e regista dell’operazione: “Peccato, era meglio prenderli vivi”. Lapidario Sergey Naryshkin, capo dei servizi segreti esteri russi, sospettato di aver ordinato l’esecuzione di Kuzminov: “Era un traditore e criminale, diventato un cadavere morale già al momento in cui pianificava il suo sporco delitto”.
Forse i due episodi non sono collegabili. Danno tanto l’impressione, però, di essere, uno per parte, dei regolamenti di vecchi conti. E di certo. E se c’è una cosa di cui possiamo esser sicuri è che, in certe cose, sia gli ucraini sia i russi hanno la memoria lunga. Molto lunga.
