Commentando a caldo l’impressionante risultato conquistato nel primo turno delle elezioni presidenziali, il leader della destra brasiliana Jair Bolsonaro ha sottolineato che “il Brasile è ormai al bordo dell’abisso”, perché la classe politica ha fatto “affondare il paese nella sua peggiore crisi economica ed etica” per cui “è necessario togliere lo Stato da addosso a chi produce”. Seduto al suo fianco, primo spettatore del videomessaggio trasmesso in diretta Facebook, c’era l’uomo che si può definire il guru economico di Bolsonaro, l’ultimo erede di una scuola, quella di Chicago, che ha segnato profondamente la storia economica della seconda metà del XX secolo: l’accademico e banchiere Paulo Guedes.

Schivo, riservato, mai affiliato in precedenza ad alcun partito, ma fondatore del think tank liberale Millennium Institute e iscritto a Sociedade Aberta, l’ala verdeoro della Open Society di George Soros, Guedes appare l’esatto opposto del favorito per il secondo turno delle presidenziali, che lo vedranno opposto a Fernando Haddad, ma è l’uomo più importante per la tenuta di una presidenza Bolsonaro e per il suo accreditamento di fronte agli investitori internazionali. Che rappresenta, del resto, l’occasione della vita per l’economista 69enne che vede a un passo la nomina a “superministro” delle Finanze della nuova presidenza.

Mentre Bolsonaro conquistava consensi nell’elettorato scagliandosi contro la politica tradizionale, criticando l’ingovernabilità del Brasile, gli eccessi nelle politiche sociali delle presidenze Lula e Rousseff e animando le frange più conservatrici della popolazione, Guedes presiedeva all’elaborazione del programma economico del Partito Social-Liberale, incentrato sull’imposizione al Brasile di una dose massiccia di riforme di stampo neoliberista che richiamano alla mente il precedente più famoso di intervento dei “Chicago Boys” nell’area latinoamericana, quello che coinvolse il regime militare cileno di Augusto Pinochet negli Anni Settanta.

I  “Chicago Boys” e la dittatura di Pinochet

Diversi anni prima che Ronald Reagan e Margaret Thatcher impiantassero i primi semi della rivoluzione neoliberista in Occidente, il Cile segnato dalla brutale dittatura del generale Augusto Pinochet si affidò agli economisti della scuola dell’Università di Chicago per intraprendere un esperimento di riforma economica radicale.

Milton Friedman, l’economista Premio Nobel ricordato come patriarca dei “Chicago Boys”, incontrò più volte il dittatore per patrocinare il lavoro svolto da un team di economisti, tra cui sarebbe spiccato il padre dell’attuale presidente Pinera, proponendo di imporre una trasformazione fulminea dell’economia: tagli fiscali, libero scambio, privatizzazione dei servizi, tagli alla spesa sociale e deregulation. Coniò un’espressione per indicare questa tattica dolorosa: “trattamento choc” economico.

Friedman millantò a lungo gli effetti del “miracolo cileno” dovuto alle riforme neoliberiste, a suo parere confermato da un tasso di crescita compreso tra il 5 e il 10% dal 1975 al 1981. Il Premio Nobel, tuttavia, si dimenticava sempre di segnalare come l’imposizione iniziale di un pacchetto radicali di riforme neoliberiste causò, nel 1974, un’impennata dell’inflazione fino al 375%, come ricordato da Naomi Klein in Shock Economics, e un crollo del Pil dell’11%.

Nel 1982, inoltre, come ricorda la Klein, “l’economia cilena crollò: il debito esplose, il Paese ripiombò nell’iperinflazione e la disoccupazione salì al 30 per cento, dieci volte più alta che ai tempi di Allende […] L’unica cosa che impedì il collasso economico completo del Cile nei primi anni Ottanta fu il fatto che Pinochet non privatizzò mai la Codelco, la compagnia mineraria del rame nazionalizzata da Allende. Da sola, la Codelco generava l’85 per cento delle esportazioni cilene, per cui, quando scoppiò la bolla finanziaria, lo Stato ebbe ancora una fonte costante di introiti”. Una lezione che Guedes e Bolsonaro pare abbiano dimenticato.

L’agenda economica Guedes-Bolsonaro: radicalismo neoliberista in azione

Paragonare Bolsonaro e Pinochet non significa cadere nella facile retorica del “fascismo” del candidato presidente del Brasile, che pure vanta nel suo curriculum esplicite dichiarazioni di elogio al meno brutale, ma altrettanto odioso, regime militare brasiliano. La vicinanza tra Pinochet e Bolsonaro è in primo luogo economica: completamente digiuni di conoscenze nel settore, entrambi hanno fatto riferimento alla medesima scuola di pensiero di cui Friedman rappresentò il dominus e di cui Guedes è l’ultimo epigono.

L’agenda economica di Bolsonaro, infatti, può essere riassunta in due parole: radicalismo neoliberista. Come scrive L’Indro, “il futuro ministro dell’Economia punta sulle privatizzazioni per ridurre il grande debito (77,3% del Pil) e sull’introduzione di un sistema pensionistico a capitalizzazione. Guedes promette che venderà tutte le società statali per ottenere 1 trilione di reais (230 miliardi di euro) e zero disavanzi pubblici in un anno. La proposta è considerata illusoria dagli analisti e dagli economisti, considerando tutti i conflitti legali e la necessità di approvazione da parte del Congresso”.

Poco credibile anche il ricavato che lo Stato avrebbe dalla vendita delle compagine statali, dato che il valore di mercato delle principali società quotate in borsa è di circa 430 miliardi di reais.

Il tandem Bolsonaro-Guedes insiste poi nel proporre politiche di contenimento della spesa pubblica e sociale che potrebbero sfavorire notevolmente i membri delle minoranze e le fasce più povere della popolazione, mentre un massiccio piano di deregulation porterebbe ad aprire all’attività economica i santuari dei popoli indigeni, già scesi in campo contro il vincitore del primo turno.

Paulo Guedes spinge i mercati a tifare Bolsonaro

La discesa in campo di Guedes al fianco di Bolsonaro ha garantito al candidato di destra l’endorsement deciso degli investitori finanziari brasiliani e stranieri, che temono il potenziale effetto delle politiche economiche della presidenza Haddad. “Se Guedes riuscirà a gestire l’agenda di Bolsonaro in modo efficiente e veloce” ha detto a Finanza Online l’analista di Aberdeen Edwin Gutierrez “allora il premio di rischio sugli asset brasiliani comincerà a scendere e dovremmo assistere ad una ripresa degli investimenti locali che dal 2012 è stata in gran parte moribonda”.

La scommessa dei mercati su Bolsonaro e sull’ultimo Chicago Boy dà un’eco particolare alle dichiarazioni dell’ex deputato italiano Agostino Spataro. “Ormai è chiaro che in America latina multinazionali e oligarchie nazionali vanno dritte al sodo: non vogliono il dialogo con le parti sociali, ma lo scontro per riappropriarsi del potere politico e delle risorse strategiche latinoamericane: idrocarburi, acqua, terre e produzioni alimentari, litio, rame”, argomenta l’ex parlamentare del Pci. Il Cile di Pinochet è lontano quattro decenni, ma non è mai stato così vicino economicamente. E Bolsonaro e Guedes, se riusciranno a conquistare il potere, rischiano di incamminarsi su una strada pericolosa, su un cammino che potrebbe portarli a dover affrontare un Brasile dilaniato da contraddizioni sociali e problematiche economiche più intense di quelle attuali.

Articolo di Andrea Muratore