Pino Arlacchi: “la Cina è una risorsa per il mondo, non una minaccia. E l’Italia dovrebbe capirlo”

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Pino Arlacchi, tra le massime autorità mondiali in tema di sicurezza umana, ex vicesegretario generale e direttore esecutivo del Programma antidroga e anticrimine dell’Onu, già deputato e senatore, oltre che parlamentare europeo, ha pubblicato di recente il saggio La Cina spiegata all’Occidente (Fazi Editore, 2025), un’opera densa e appassionata che – dopo oltre trent’anni di studio e esperienza diretta – smonta stereotipi, narrazioni superficiali e luoghi comuni occidentali sulla Repubblica Popolare Cinese, spiegandone i fondamenti storici, culturali e strategici di lungo periodo.

Arlacchi invita a guardare oltre gli eventi di superficie e a concentrarsi sui megatrend: l’ascesa inarrestabile della Cina non è un fenomeno recente o accidentale, ma il risultato di processi avviati già negli anni Cinquanta (alfabetizzazione di massa, industrializzazione pesante) e accelerati dalle riforme di Deng Xiaoping dal 1978. Oggi Pechino è la protagonista assoluta di un ordine multipolare che, secondo l’autore, esiste di fatto da decenni, dopo la fine della Guerra Fredda, e si manifesta sempre più chiaramente nell’integrazione eurasiatica. Lo abbiamo raggiunto per porgli qualche domanda in merito.

Professor Arlacchi, partirei dalla fine del suo libro, in cui si parla di integrazione eurasiatica e quindi di un nuovo ordine multipolare. A che punto siamo con questo processo?

“Questi processi, questo ordine multipolare, esistono già da molto tempo, fin dopo la caduta del Muro di Berlino. Così come l’integrazione eurasiatica. Sono fenomeni che diventano particolarmente evidenti ora, ma crescono da decenni. Quando parlo di queste cose, mi riferisco alla storia di lungo periodo, i megatrends, non gli eventi di superficie. La storia degli eventi è facile da vedere; quella di lungo periodo richiede sforzo, ma offre chiavi di lettura importanti per il futuro. La Cina è protagonista assoluta. La sua crescita non è improvvisa: risale alla svolta di Deng Xiaoping nel 1978, ma le premesse sono si intravedono sin dal 1949 con la rivoluzione comunista e soprattutto dagli anni Cinquanta, con l’alfabetizzazione di massa, lo sviluppo dell’industria pesante e le migrazioni rurali verso le città. Sono processi che non si costruiscono dall’oggi al domani. La Cina è lì e ci resterà a lungo. Inutile agitarsi, come fanno alcuni commentatori, se il Pil cinese cresce del 5,5% anziché del 6%: sono oscillazioni normali. Una volta capita la direzione dei megatrends, si interpreta meglio il presente”.

Lei contesta il fatto, sostenuto da molti teorici americani e commentatori (anche realisti come Graham Allison), che uno scontro diretto, una guerra tra Stati Uniti e Cina sia sostanzialmente inevitabile. Perché secondo lei non ci sarà alcuna guerra?

“La Cina non è aggressiva: non reagirebbe immediatamente a un attacco. Ma il motivo decisivo è il gap di potenza militare. La Cina ha adottato pienamente la rivoluzione tecnologica degli ultimi 20 anni (droni, missili ipersonici), rendendo obsolete le armi tradizionali americane: portaerei, aerei, carri armati, basi militari sparse nel mondo. Queste sono diventate vulnerabili, bersagli facili invece di proiezioni di potenza. La Cina ha iniziato questa transizione 15-20 anni fa ed è oggi all’avanguardia, con un sistema di difesa a prova di bomba. Gli Usa no: coltivano il mito della supremazia basandolo sul costo delle armi, ma l’80-90% della loro spesa militare non serve in uno scontro reale”.

Uno scatto del 1997: a sinistra, l’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan; a sinistra, Pino Arlacchi, che da lì a poco avrebbe assunto l’incarico di vice-segretario

Quindi?

“Pertanto uno scontro con la Cina è impensabile. Lo sanno al Pentagono: nei cosiddetti war games degli ultimi anni, gli USA perdono sempre pesantemente – spesso nella prima settimana perdono tre portaerei e la logistica va in pezzi. Lo dicono anche nei corridoi del Pentagono, anche se non lo possono ammettere pubblicamente per via dell’industria militare. Gli Usa dovrebbero fare una riconversione economica, politica e sociale enorme, impossibile per gli interessi in gioco. Un drone costa un milionesimo di un cacciatorpediniere. La Russia in Ucraina lo ha dimostrato: partita con armi convenzionali stile Usa, ha subito riconvertito dedicandosi, ad esempio, alla produzione massiccia di droni (ora ne fa 50 volte più degli ucraini) grazie all’industria statale. Ha così ristabilito la supremazia militare. Per l’Occidente è difficile fare questo: siamo inseriti in un sistema capitalistico militare privato”.

Lei a un certo punto afferma che uno dei pochi occidentali che ha capito davvero la Cina è stato Henry Kissinger. Perché?

“Negli anni Settanta Kissinger intuì che la Cina era già una potenza in ascesa, non solo per sfruttare tatticamente la rivalità con l’URSS (che funzionò), ma per i megatrends di fondo. Il suo approccio superò stereotipi e conoscenze superficiali diffuse all’epoca. Ha scritto un libro sulla Cina che va oltre le narrazioni occidentali dominanti”.

A proposito: parliamo del titolo del suo ultimo saggio: cosa l’ha spinto a scrivere questo libro? Qual è l’obiettivo?

“La Cina tante volte negli ultimi decenni è stata descritta in modi distorti. È chiaro che è la prima potenza del mondo, il Paese più grande e più prospero, avanzato dal punto di vista tecnologico. Era doveroso per me, dopo più di 30 anni di esperienza e conoscenza accumulata, mettere tutto in un libro. È il frutto di 30 anni di elaborazione e due anni di scrittura strutturata”.

Una domanda invece legata all’attualità: molti si chiedono perché Pechino non reagisca alle azioni degli Stati Uniti, ad esempio in Venezuela o in Iran. Cosa ne pensa?

“L’errore è considerare la Cina una replica degli Usa. Gli Stati Uniti si sentono autorizzati a intervenire ovunque per “destino manifesto”. La Cina no: è stata il centro del mondo per millenni, ma non ha vocazione interventista o espansionista. Chi pensa il contrario proietta il modello americano, ma non è così. Detto questo, la Cina attuale esagera un po’ nell’isolazionismo: con la sua potenza ha grandi responsabilità. Le Nazioni Unite sono fallite, non contano più nulla. Andrebbero rifondate, non solo riformate. La Cina potrebbe giocare un ruolo chiave per un ordine mondiale pacifico basato su sovranità e divieto assoluto di aggressione/interferenza. È favorevole a questo, ma non va oltre. Sul piano economico ha fatto passi enormi con la Belt and Road Initiative (coinvolge miliardi di persone e una quota enorme del commercio globale). Sul politico è più cauta: è un limite, a mio modo di vedere. Perché la Cina è una risorsa fondamentale per il mondo e dovrebbe assumersi questa responsabilità”.

A che punto sono le relazioni con l’Italia e se si potrebbe migliorare qualcosa, secondo lei?

“Senza dubbio si può e si deve migliorare: per noi è la strada obbligata. È una strada millenaria, quella dell’integrazione del continente eurasiatico. Gli italiani l’hanno percorsa otto secoli fa con Marco Polo e la Via della Seta; i cinesi l’hanno riproposta all’inverso. L’Italia e l’Europa hanno avuto un momento di comprensione profonda delle proprie origini e interessi, ma è durato poco. Ora non si capisce bene cosa voglia fare l’Italia, ma c’è un problema di leadership. Prendiamo il Canada, ad esempio: praticamente un fratello minore degli Stati Uniti. Quando ha capito che gli USA non erano più un fratello né un amico, ha compiuto una svolta straordinaria verso la Cina, siglando un partenariato strategico con Pechino – non una mossa tattica per rispetto a Trump o per reazione, ma un partenariato strategico vero e proprio. Questo si chiama leadership”.