La decisione di abbattere il Su-24 russo fu un’iniziativa autonoma degli stessi piloti che hanno partecipato al “bombardamento di strutture civili nel corso del tentativo di colpo di Stato”. Sono le dichiarazioni del vice premier turco, Mehmet Simsek, rilanciate dalla Tass, che confermano le indiscrezioni trapelate nei giorni successivi al putsch, che imputavano l’abbattimento del cacciabombardiere di Mosca in ricognizione sul confine turco-siriano, nell’ambito delle operazioni anti-Isis in Siria, ai piloti “golpisti”.Per approfondire: Piloti golpisti colpirono il jet russo“Per lungo tempo, aerei siriani si sono scontrati con quelli turchi”, ha spiegato Simsek, durante una conferenza stampa a Mosca, “quindi abbiamo cambiato le regole per contrastare i velivoli nello spazio aereo della Turchia e la licenza di abbattere gli aerei è stata ridotta al livello dei piloti”. Secondo il vice premier di Ankara, quindi, furono i piloti degli F-16 dell’aviazione turca a “decidere autonomamente di abbattere l’aereo”, sul quale, ha aggiunto Simsek, “non c’erano informazioni sulla nazionalità”. Le responsabilità connesse al tentativo di golpe dei due piloti coinvolti nell’abbattimento del Su-24 russo, ha detto inoltre il vicepremier, sono in fase di accertamento. I due piloti militari, accusati di avere legami con il movimento di Fetullah Gulen, sono stati arrestati assieme ad altri 18 militari dell’aviazione turca e sono attualmente detenuti in un carcere a Balikesir, nel nord-ovest della Turchia.Il presidente turco Erdogan, tuttavia, aveva dichiarato ad Al Jazeera di non poter affermare con certezza se la decisione dei piloti di abbattere il jet russo fosse stata “influenzata dalla loro vicinanza a Gulen”, ribadendo la versione “ufficiale” sulla vicenda, ovvero, che il veivolo russo fosse stato invitato a non violare lo spazio aereo turco, prima di essere abbattuto. Allo stesso modo però, Erdogan, aveva affermato che i piloti responsabili dell’abbattimento del jet avessero “legami con la Pennsylvania”, ovvero lo Stato americano in cui Gulen, considerato da Ankara la mente del colpo di Stato, ha trovato rifugio, dopo essersi trasferito, in esilio volontario, quindici anni fa. Non ha dubbi, invece, il sindaco di Istanbul, Melih Gokcek, per il quale “le azioni dei due piloti contro il jet russo furono volte proprio alla destabilizzazione delle relazioni tra Ankara e Mosca”.L’incidente ha, infatti, inaugurato un lungo periodo di gelo nei rapporti tra Russia e Turchia, con l’introduzione di misure restrittive che sono state estese ad importanti settori della cooperazione bilaterale come quello del turismo, dell’agroalimentare e dei servizi. I dossier su importanti progetti, inoltre, come quello del gasdotto Turkish Stream, sono stati chiusi nel cassetto e rimandati a data da destinarsi. Il gelo tra Ankara e Mosca si è sciolto solo lo scorso 27 giugno, quando al Cremlino sono arrivate le scuse formali di Erdogan, alle quali ha fatto seguito un processo di normalizzazione delle relazioni fra i due Stati. Un processo che conoscerà il suo apice il prossimo 9 agosto, quando il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, volerà a San Pietroburgo per un vertice bilaterale con l’omologo russo Vladimir Putin. Il primo dalla rottura delle relazioni diplomatiche, lo scorso novembre. “Abbiamo ricevuto un sostegno incondizionato dalla Russia, al contrario di altri Paesi”, aveva, inoltre, significativamente affermato il capo della diplomazia turca, Cavusoglu, a proposito dell’incontro.Se l’amicizia con Mosca sembra quindi essersi rinsaldata e l’incidente del Su-24 sembra essere stato superato, non si può affermare lo stesso sul fronte delle relazioni con gli Stati Uniti. La vicenda della mancata concessione dell’estradizione di Gulen rischia, infatti, al contrario, di far crollare definitivamente i già difficili rapporti fra Ankara e Washington. La Turchia continua, infatti, ad accusare il predicatore turco di essere la mente del tentato colpo di Stato, con prove definite “evidenti” dall’esecutivo di Ankara. Ma, da parte sua, il governo degli Stati Uniti, non ci pensa nemmeno a concedere l’estradizione del predicatore, che, nel frattempo continua a dichiararsi estraneo ai fatti del 15 luglio attraverso “megafoni” d’eccezione, come le colonne del New York Times. Tanto che il primo ministro di Ankara si sarebbe dichiarato “affranto” dal “modo in cui gli Usa hanno affrontato la questione”.Sono anni, ormai, che gli interessi della Turchia e degli Stati Uniti non sono più coincidenti come all’epoca della Guerra Fredda. Ma l’emancipazione di Ankara dall’influenza statunitense, iniziata di fatto con il trionfo dell’Akp, il partito di Erdogan, nelle elezioni del 2002, dopo il tentativo di golpe del 15 luglio, ha forse raggiunto il suo punto più alto. Quello che vede il riavvicinamento con la Russia coincidere con l’inasprirsi dei rapporti con Washington, è quindi uno scenario che potrebbe aprire a nuovi sviluppi, sia con riferimento alla crisi siriana, sia sul piano della sicurezza, visto che la Turchia resta un importante membro della Nato.