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Il terrorismo islamico che ha colpito Barcellona ha riportato alla luce il tema del rapporto fra le comunità islamiche radicali e le società europee dove esse vivono. Un rapporto complesso: per alcuni difficile, per altri impossibile, per altri inevitabile. Sta di fatto che è un rapporto con cui bisogna fare i conti e che bisogna riuscire a incanalare in un binario di fedeltà di queste comunità ai valori civili delle società dove risiedono prima che sia troppo tardi e che i loro membri diventino dei corpi estranei che non percepiscano alcun legame con il luogo dove vivono. E sono soprattutto i bambini e i minori in generale a dover essere i primi soggetti a dover essere incanalati nei binari della convivenza civile, prima che si trasformino nel bacino di reclute del nuovo jihadismo globale che è l’immigrazione di seconda generazione. Un esempio di quanto questo problema sia particolarmente complesso, ma allo stesso tempo essenziale, viene proprio da quello che da molti è considerato il vero ventre molle d’Europa nella lotta allo jihadismo: il Belgio.

Negli ultimi giorni, ha fatto particolare scalpore una notizia riportata da alcuni quotidiani del Belgio, in particolare Le Soir e Het Laatste Nieuws, secondo cui gli insegnanti di una scuola materna nella città belga di Ronse hanno espresso preoccupazione dopo aver osservato in alcuni bambini diversi segnali di un’esposizione a influenze radicali islamiche. Segnali inequivocabili, che dimostrano come sin dalla tenera età i bimbi di questa comunità vengono radicalizzati come fossero dei veri e propri futuri jihadisti. Nella relazione interna della scuola di Ronse sono descritti nel dettaglio i comportamenti di questi bambini che mostrano questa radicalizzazione: recitano versetti del Corano in arabo nel cortile della scuola mentre gli altri bambini giocano, non vanno a scuola il venerdì perché è giorno sacro dell’Islam, e si rifiutano di stringere la mano a chiunque sia del sesso opposto perché proibito all’interno del loro ambiente. Il documento comprende anche il caso di un bambino che ha minacciato di uccidere “gli infedeli”, ha chiamato “maiali” gli altri compagni non musulmani ed ha fatto più volte il gesto di passarsi il dito sulla gola per simulare lo sgozzamento.

Le scuole del Belgio stanno lavorando duramente per combattere la radicalizzazione tra gli studenti, come confermato dallo stesso ministro dell’Educazione della regione fiamminga, Hilde Crevits, che ha definito un caso “eccezionale” questa situazione a Ronse. Tuttavia, il segnale non va sottovalutato, soprattutto perché il Belgio è assolutamente una delle aree con il più alto tasso di salafismo e dove, in ogni caso, sono passati anche i terroristi degli ultimi attacchi che hanno insanguinato Francia, Spagna e lo stesso Belgio. È un caso isolato, forse, ma è un caso che avviene proprio laddove lo jihadismo ha creato la sua capitale europea, Molenbeeck, e dove il salafismo è ormai una delle pratiche più diffuse tra le comunità islamiche radicali. Il Belgio è uno dei più antichi luoghi europei in cui si è insediato il radicalismo islamico, ma soprattutto è il luogo dove il wahabismo di matrice saudita si è per la prima volta insediato ufficialmente in Europa, già negli anni Sessanta del secolo scorso. Fu re Baldovino, dopo un incontro con il re saudita Faisal, a dare il via alla costruzione di una grande moschea con soldi sauditi nel centro di Bruxelles in cambio di ottimi prezzi sul petrolio. Così, mentre in Belgio arrivavano i primi flussi migratori dal Nordafrica e dal Medio Oriente, in particolare marocchini e turchi, l’Arabia Saudita otteneva a costo zero l’area per la costruzione della grande moschea e diverse aree per i centri culturali islamici: tutti naturalmente legati all’ideologia wahabita di casa Saud.

In questi decenni, le moschee costruite grazie al petrolio saudita hanno permesso la radicalizzazione d’intere comunità che non avevano in realtà alcun legame con queste confessioni più apertamente conservatrici. Il wahabismo era un qualcosa di molto lontano dalla religione praticata dai musulmani che arrivavano in Belgio, ma l’avere sostanzialmente appaltato l’islam a Riad ha fatto sì che i centri islamici corrompessero la visione più moderata dei musulmani arrivati in Belgio per costruire, nel tempo, una solida base più fondamentalista. I predicatori arrivati dal Golfo Persico hanno dunque avuto un peso fondamentale nel far penetrare in tutto il Paese un’ideologia settaria come quella saudita. Adesso, con la seconda generazione, forse anche la terza, vista la tenera età, si osservano i primi veri cambiamenti provocati da questo accordo sulle comunità islamiche nel Paese. Le monarchie del Golfo, in questo caso l’Arabia Saudita, sono preziosi alleati per il rifornimento energetico, ma tutto ha un prezzo. Un prezzo che in questo caso si traduce nel lasciar proliferare lo jihadismo all’interno delle comunità islamiche mettendo a repentaglio la sicurezza del Paese.

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