Chi entra in modo illegale in Italia, o in qualsiasi altro Paese, deve essere in primo luogo identificato e successivamente scattano due opzioni: si autorizza il soggetto a rimanere, per motivi umanitari o d’asilo, oppure deve essere accompagnato alla frontiera. Un principio tanto semplice da spiegare quanto complicato da attuare. Luigi Di Maio sulla seconda opzione si sta giocando la sua personale partita contro Matteo Salvini: vuole dimostrare che il suo ex alleato di governo ha solo “urlato” e non ha risolto i problemi legati all’immigrazione, mentre lui, mettendo mano ai rimpatri, potrà esibire risultati più importanti.

Per questo il leader politico del Movimento cinque stelle si imbarca in un’avventura molto ambiziosa, volta a far aumentare in pochi mesi il numero di persone accompagnate alla frontiera. Ma l’ottimismo mostrato durante la presentazione del nuovo piano sui rimpatri è poco giustificato: occorre, senza dubbio, maggior prudenza soprattutto perché all’interno del decreto non mancano aspetti un po’ grotteschi, come ad esempio la lista di 13 Paesi considerati sicuri da cui non accettare richieste d’asilo dai propri cittadini. Tra questi, ne spunta uno al cui interno da cinque anni è in corso una guerra.

Il caso emblematico dell’Ucraina

La questione è molto più complessa di quello che un decreto può far credere. Da anni si parla del destino dei migranti economici, quelli cioè che scappano da Paesi non in guerra e che non avrebbero particolari problemi nel caso in cui rientrino in patria. Ad esempio dalla Tunisia nel 2019 è arrivato il 28% dei migranti sbarcati in Italia e questo nonostante il Paese nordafricano sia considerato l’unico dove la cosiddetta “primavera araba” a non aver fallito e ad avere un sistema democratico tutto sommato sufficiente. Proprio domenica, infatti, i tunisini andranno alle urne per eleggere il nuovo parlamento. E in effetti la Tunisia è all’interno della lista di 13 Paesi considerati sicuri e per questo Di Maio è pronto a nuovi accordi per implementare i rimpatri dei tunisini presenti in Italia.

Una questione quindi ben più complessa di una semplice lista di Paesi sicuri. Tra questi, come detto, ce n’è uno in guerra: l’Ucraina. Qui dal 2014 è in corso la guerra nel Donbass, ma anche a Kiev la situazione non è delle migliori: fino a qualche mese fa, associazioni o partiti considerati di essere filorussi subiscono palesi intimidazioni, non mancano nell’Ucraina post Maidan episodi di violenza e persecuzione politica. La situazione che si viene a creare è quasi imbarazzante: ritenere sicura l’Ucraina appare un errore di non poco conto.

Il tutto dimostra come in realtà sui rimpatri non si può ragionare a colpi di decreti, ma occorre un organico intervento dove all’iniziativa politica interna deve scorrere, in parallelo, quella diplomatica. Del resto, se nessuno prima di Di Maio ha ostentato ottimismo su questa tematica un motivo ci deve pure essere. La questione, nel suo complesso, riguarda il destino di tutti i cosiddetti migranti economici, a prescindere dagli accordi che possono essere fatti con i Paesi di origine o dalla situazione loro interna. In Italia, così come in buona parte d’Europa, affrontare questa tematica è spesso un tabù, parlarne in modo organico quasi impossibile. Una lista con 13 paesi non sembra dunque risolutiva.

Il ruolo del vertice di Malta

Su una cosa però il ministro degli esteri sembra aver inquadrato la questione, ossia che a Malta lo scorso 23 settembre in realtà non solo non è stato deciso un bel niente, ma anzi si è rischiato di creare un ulteriore stimolo a partire: “Non è la soluzione definitiva e può avere un effetto di pull factor” – ammette infatti Di Maio – che può aumentare le partenze perché “tu parti e sai che non solo arrivi in Italia, ma puoi arrivare anche in Francia”. Anche perché, in quell’accordo, che in realtà accordo non è, previsto dal vertice di Malta soltanto i migranti salvati da navi militari o dalle ong saranno redistribuiti.

Di Maio spera in un aiuto da parte europea sul fronte diplomatico, in modo da poter stringere accordi con i paesi ritenuti sicuri ed accelerare i rimpatri. Ma anche in questo caso, l’ambizione del ministro degli esteri rischia di infrangersi sugli scogli ancor prima dell’attuazione del decreto. In poche parole, sui rimpatri è bene lavorare ma al momento l’approccio appare fin troppo politico ma poco tecnico. E intanto i migranti che arrivano nel nostro Paese aumentano, con il rischio di vanificare subito eventuali effetti positivi della mossa del leader dei grillini.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME