Philip Gordon, chi è il “sussurratore” di Harris in politica estera

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La candidatura di Kamala Harris per il Partito Democratico americano alle presidenziali Usa di novembre dopo il ritiro dell’attuale inquilino della Casa Bianca Joe Biden dalla corsa ha fatto emergere in primo piano il ruolo di Philip Gordon, National Security Advisor dell’attuale vicepresidente. Il 62enne Gordon, diplomatico dalla lunga carriera, è chiamato a essere il regista dell’avvicinamento ai grandi affari globali di una vicepresidente che ha sempre avuto negli affari esteri il suo tallone d’Achille.

Veterano delle amministrazioni democratiche, Gordon, laureato alla Ohio University e con un PhD alla Johns Hopkins University School of Advanced International Studies, ha una lunghissima esperienza da docente e consigliere strategico delle istituzioni in ambito di politica globale.

Negli Anni Novanta ha lavorato per la Brookings Institution e per l’International Institute for Strategic Studies tra Washington e Londra e nel 1998-1999 è stato direttore degli Affari Europei presso il National Security Council durante l’amministrazione Clinton durante la fase decisiva del deterioramento della crisi jugoslava e della corsa della Nato all’intervento. Durante l’amministrazione Obama è stato inserito dal presidente, di cui aveva contribuito a plasmare la campagna elettorale sugli affari globali, come alto funzionario: fu assistente del Segretario di Stato Hillary Clinton dal 2009 al 2013.

In queste esperienze, Gordon si plasmò come il classico esponente di quella corrente del Partito Democratico propensa a un sistematico interventismo negli scenari internazionali, per quanto rispetto ad altri funzionari di primo piano attivi all’epoca (principalmente le obamiane Susan Rice e Samanta Power) abbia cavalcato meno l’idea del confronto duro con i regimi non democratici rivali degli Usa e aperto a forme di cooperazione con la Russia prima di Euromaidan.

“Gordon era tra quegli esperti di politica estera che avevano sperato in un rapporto migliore con il Cremlino negli Anni 2010 e prima, ma avevano concluso a malincuore che di fronte ai ripetuti atti di aggressione russi, gli Stati Uniti devono affrontare la Russia con più forza”, ha scritto il Centre for European Policy Analysis (Cepa) di Washington sulla visione dell’uomo che in caso di vittoria di Harris alle presidenziali contro Donald Trump appare proiettato per sostiturie Jake Sullivan al National Security Council. Nel 2012, ha ricordato il Financial Times, Gordon fu tra i funzionari che si oppose all’idea di una mossa Usa per rovesciare apertamente in Siria il regime filo-russo di Bashar al-Assad, spingendo Clinton verso l’idea di aprire a Ginevra negoziati per porre fine alla guerra civile siriana. La storia, poi, come noto ha preso un’altra piega.

Il Ft ricorda poi che “in Losing the Long Game, pubblicato nel 2020, Gordon ha scritto di essere giunto a considerare gli inefficaci sforzi degli Stati Uniti per un cambio di regime in tutto il Medio Oriente come fallimenti spesso alimentati da un ingenuo ottimismo e da presupposti errati. Ha invece sostenuto obiettivi e misure più modesti come deterrenza, sanzioni mirate e pressione diplomatica”. Quella che, sostanzialmente, si pensava potesse essere la linea Biden verso gli avversari degli Usa prima dello scoppio della tempesta ucraina. Certamente, dunque, Gordon è da ritenere un democratico tutto d’un pezzo per quanto riguarda fiducia nella leadership Usa, sostegno agli strumenti di proiezione americana e contrasto ai rivali strategici di Washington, specie sul fronte della commistione tra confronto diplomatico-militare e pressione “valoriale”. Ma da qui al duro interventismo di figure come la nota Victoria Nuland, di recente eclissatasi, passa un ampio margine. Quello che può esser decisivo per render navigabile il percorso globale di una possibile amministrazione Harris.