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C’è sicuramente anche il petrolio nello scontro fra Italia e Francia sulla Libia. Anche se ridurlo solo a Parigi e Roma rischia escludere altri attori fondamentali del palcoscenico libico. Italia e Francia sono però le potenze maggiormente coinvolte. E sono le aziende italiane le prime, del settore petrolifero, a essere colpite dall’attuale crisi di Tripoli.

I rischi per le aziende italiane

A confermare le minacce per le nostre aziende è stato Michele Marsiglia. presidente della FederPetroli Italia, a LaPresse: “Non è più possibile continuare a trattare per proseguire gli investimenti e le attività economiche petrolifere in Libia. Le trattative sono bloccate. Al momento è massima allerta per la nostra operatività: non possiamo esporre a rischio risorse umane, attività e le stesse aziende di settore. La situazione non è più controllabile”.

L’allarme è importantissimo. Come spiegato dal presidente della federazione, che unisce le compagnie petrolifere e dell’indotto dell’oro nero, sono circa 50 le aziende italiane che operano in e con la Libia. Un indotto da 60mila dipendenti che adesso è messo a dura prova dal caos che sta sconvolgendo il Paese. Una mannaia che si abbatte su una situazione che solo ora, dopo anni, stava tornando quasi alla normalità. Certo, non ai fasti dell’epoca degli accordi tra Italia e Libia ai tempi di Muhammar Gheddafi, ma sicuramente un’epoca migliore rispetto al periodo successivo allo scoppio delle rivolte e della guerra civile.

I numeri sono esemplificativi: nel 2011 la Libia produceva quasi 2 milioni di barili al giorno. Oggi i barili giornalieri sono diventati 500mila. Il tracollo è evidente, e questo implica  che lo Stato non ha più modo di pagare le aziende che hanno investito in questi anni nelle infrastrutture per l’estrazione e l’esportazione del petrolio. Come spiegato da Marsiglia: “Parliamo di decine di milioni di euro da recuperare e attrezzature consegnate ma ormai diventate obsolete”.

E adesso che è impossibile anche solo fare incontri d’affari a Tripoli, il problema per i nostri imprenditori diventa molto serio. Da una parte, le banche vogliono essere pagate ma le aziende non ricevono i soldi dal governo e dalle controparti locali. Dall’altra parte, la sicurezza dei nostri lavoratori è messa a dura prova. L’Eni ha confermato il proseguimento dei lavori 

Eni e Total, lo scontro sulla Libia

La Libia è da sempre terreno di scontro fra due colossi del gas e del petrolio, Eni e Total. E questi giganti degli idrocarburi rappresentano, come per tutti gli Stati, una sorta di longa manus del Paese cui appartengono. La sfida quindi passa dall’impresa alla politica e mescola interessi economici con quelli geopolitici.

Eni, in questi nani, ha ottenuto un vantaggio consistente rispetto agli altri attori energetici internazionali. Quando Gheddafi siglò gli accordi con il governo Berlusconi, Eni deteneva una percentuale elevatissima dei diritti di estrazione del petrolio e del gas della Libia. E questo matrimonio d’interessi fra Roma e Tripoli aveva provocato malumori in tutta Europa a tal punto da essere uno dei motivi per scatenare la guerra soffiando sulle rivolte contro il colonnello.

E questa sfida è continuata anche negli anni successivi, dal momento che “il cane a sei zampe” ha mantenuto i diritti su molti pozzi e giacimenti libici, soprattutto nell’area controllata dal governo di Fayez al Sarraj. Lì passa il Greenstream, il gasdotto che arriva direttamente a Gela dal deserto occidentale libico. Ed è lì che abbiamo i nostri maggior interessi energetici.

L’ultima notizia, in tal senso, è arrivata il 5 luglio, quindi due mesi prima dello scoppio di queste sanguinose rivolte. In quell’occasione, Eni- che insieme alla National Oil Corporation libica ha creato la joint venture Mellitah Oil & Gasha comunicato l’avvio della produzione dal primo pozzo dell’impianto offshore di Bahr Essalam. La notizia era decisamente importante. Il piano prevede infatti che entro ottobre saranno una decina i pozzi in funzione.

Come spiegato da Reuters, “questa fase del progetto completa lo sviluppo del più grande impianto offshore di gas naturale della Libia, aumentando il potenziale di produzione di 400 milioni di piedi cubi di gas standard al giorno (MMSCFD)”. Per capire la centralità del progetto, basta riflettere sul fatto che Bahr Essalam, a circa 120 chilometri da Tripoli, “contiene oltre 260 miliardi di metri cubi di gas naturale”.

Le mosse francesi

La Francia però non si è certo arresa all’evidenza. Come scrive Panorama, “i colossi energetici francesi Gdf-Suez e, soprattutto, Total da allora si sono comunque fatti largo a suon di acquisizioni e partecipazioni societarie”. Un esempio perfetto di questi movimenti francesi è stata l’acquisizione da parte di Total del 16% della concessione Waha, comprata  dagli americani di Marathon Oil. L’acquisto, per 450 milioni di dollari, potrebbe condurre i francesi a produrre circa 400mila barili di petrolio al giorno. Il record Eni è del 2017 e si è assestato a 384 mila barili giornalieri.

A questo punto è chiaro il motivo per cui la Francia non solo non appoggia Sarraj ma sostiene il leader della Cirenaica Haftar. Tripoli ha una consolidata presenza Eni, mentre la Cirenaica è, come spiegato dalla professoressa Michela Mercuri, una sorta di “terra vergine”. Macron lo sa, come sa perfettamente quali sono gli interessi francesi in tutto il territorio libico, non solo in Cirenaica e Tripolitania, ma anche nel Fezzan.