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L’Italia tratta con Khalifa Haftar  dopo che per molto (forse troppo) tempo ha dialogato solo con Fayez Al Sarraj. Enzo Moavero Milanesi è andato a Bengasi e ha incontrato l’uomo forte della Cirenaica. Un incontro importante che dimostra due cose: la prima, che l’Italia non può fare a meno del Maresciallo e della parte orientale della Libia; la seconda, che lo stesso Haftar non può fare a meno dell’Italia se vuole assumere la leadership (o un ruolo fondamentale) nel futuro del Paese.

Il patto di Bengasi fra Haftar e Moavero si è incentrato su tre temi: migranti, elezioni, petrolio. Sono questi i punti che interessano Roma. Ed è su queste tre direttrici che si incentra l’accordo nato in questo settembre fra il governo di Giuseppe Conte e il generale libico.

Per l’Italia gli obiettivi sono chiari: fermare la rotta dei migranti e mantenere la propria posizione privilegiata in tutto il Paese nordafricano. Sarraj ormai è troppo debole per garantire le imprese italiane in Libia e i contratti siglati da Eni. Ed è ormai evidente che il generale rappresenti una forza impossibile da escludere dal futuro di Tripoli.

L’Italia non può fare a meno di Haftar e delle sue milizie se queste forze mettono a repentaglio i nostri interessi nella parte occidentale. I giacimenti in cui è coinvolta l’Italia (Eni) sono in larga parte nell’area ovest, dove Sarraj controllava, in maniera più o meno chiara, il territorio. Ma adesso la questione è diversa: le milizie di Haftar possono raggiungere quelle zone. E i nostri terminali e le nostre imprese sono più importanti del rimanere ancorati alla strategia.

Ma il governo italiano ha a sua volta un asso nella manica, uguale e contrario a quello del generale: il comandante della Cirenaica, se vuole governare la Libia, non può fare a meno di quello che Umberto de Giovannangeli per l’Huffington Post ha giustamente definito “sistema Italia” in Libia, cioè quel complesso sistema di diplomazia, presenza militare, accordi economici, imprese sia pubbliche che private che operano nel Paese. Chi vuole governare in Libia, deve fare i conti con l’Italia, anche solo per il settore del gas e del petrolio. Ed è su questo punto che il patto di Bengasi è fondamentale per entrambe le parti.

Se la Libia deve ripartire, lo può fare soltanto da una nuova ridistribuzione degli introiti provenienti dal petrolio. È questo che ha scatenato, in larga parte, la violenza delle milizie che sono entrate a Tripoli. Le tribù vogliono essere partecipi delle entrate che, fino a questo momento, sono state gestite da Sarraj e dalle milizie ad esso collegate.

La revisione finanziaria proposta dalle Nazioni Unite e dall’inviato Ghassan Salamé passa anche da questo e dalla modifica degli organismi e della gestione della National Oil Corporation (Noc), il colosso statale degli idrocarburi recentemente colpito da un assalto terrorista nella sua sede centrale di Tripoli. Che guarda caso, ha in Eni uno dei principali partner internazionali.

Evidentemente, per far fruttare i giacimenti servono i pozzi, i terminali e la tecnologia di chi in Libia sfrutta quelle risorse da molto tempo. Così l’Eni non può essere esclusa. Come spiega l’Huffington Post, la Libia “ricava da greggio e gas naturale il 95% delle entrate governative e dell’export nazionale in valore”. E la nostra presenza nella parte ovest del Paese ci fornisce una posizione di interlocutori obbligati.

Chiaramente, l’aver supportato Sarraj potrebbe avere un prezzo. Noi non possiamo certo presentarci da Haftar né dalle milizie alleate come suoi sostenitori della prima ora. Ma è anche vero che questa è l’unica strategia per scalfire la posizione di vantaggio francese con l’uomo della Cirenaica.

Aver riallacciato i rapporti con l’Egitto, alleato del generale e suo vicino orientale e avere il sostegno degli Stati Uniti – di cui in realtà Haftar è un vecchio “amico” -, ci fornisce un supporto fondamentale. Inoltre, avere un canale aperto con Mosca, pur rimanendo ancorati all’Alleanza atlantica, e con Eni e Rosneft partner di primo livello, fa sì che la Russia possa avere addolcito le pretese del Maresciallo contro Roma.