La Russia li ha invitati all’ultimo Forum economico internazionale di San Pietroburgo. La Cina è stata la prima nazione a nominare un ambasciatore in Afghanistan dopo il loro ritorno al potere. L’India ritiene che gli affari con Kabul debbano continuare, anzi, se possibile migliorare per tenere il passo con i maxi investimenti di Pechino. Mentre l’Occidente cerca in tutti i modi di isolarli, i talebani sono corteggiati dalle due principali potenze dell’Asia, da Vladimir Putin e da altri Paesi in via di sviluppo, desiderosi di ritagliarsi uno spazio d’azione all’interno di una nazione ricca di risorse naturali e minerali strategici.
Prima che i talebani tornassero al potere nell’agosto 2021, l’economia afghana si basava principalmente sugli aiuti esteri e la corruzione era dilagante. L’instaurazione del nuovo Governo ha mandato il sistema in tilt, visto che i miliardi un tempo garantiti dai fondi internazionali sono stati congelati e che decine di migliaia di afghani altamente qualificati sono fuggiti dal Paese.
Oggi, sull’Afghanistan pende un enorme cartello con scritto: “Work in Progress”. È impossibile dire cosa succederà a Kabul nel medio-lungo periodo, anche se la tendenza appare evidente. I talebani sono sempre più desiderati e disponibili a fare accordi con Paesi non occidentali.

Gli affari cinesi in Afghanistan
Parliamo ora della Cina. Lo scorso ottobre, Pechino ha fatto sapere che avrebbe iniziato a offrire ai talebani l’accesso senza dazi ai suoi vasti settori dell’edilizia, dell’energia e dei beni di consumo. Chiaro l’obiettivo del Dragone: rafforzare le relazioni diplomatiche con l’Afghanistan, Paese che dalla sua parte può vantare ingenti quantità di risorse minerarie (in primis litio, rame e ferro) che tanto fanno gola al gigante asiatico.
Se, infatti, i talebani intendono uscire dall’isolamento internazionale e rafforzare la propria economia impoverita da decenni di guerre e conflitti, allo stesso tempo i cinesi vogliono blindare la sicurezza delle loro catene di approvvigionamento strategiche. E questo nonostante il rischio che, a seguito di un avvicinamento, l’Afghanistan possa trasformarsi in un rifugio per i gruppi militanti islamici che minacciano la provincia cinese dello Xinjiang.
Secondo l’Onu, l’economia afghana è pressoché crollata, mentre le riserve della banca centrale estera del Paese restano congelate. In un simile contesto, dunque, gli investimenti avallati da Xi Jinping rappresenterebbero una vera e propria manna dal cielo. Ricordiamo che nel 2024 l’Afghanistan ha esportato in Cina merci per un valore di appena 64 milioni di dollari. Il 90% di queste merci era costituito da pinoli sgusciati, il che ha spinto il governo talebano a voler diversificare l’economia nazionale e a trarre profitto dalla sua ricchezza mineraria.

Il business dell’India
La Cina ha stipulato con i talebani un accordo per l’estrazione del petrolio della durata di 25 anni. La Xinjiang Central Asia Petroleum and Gas Co. (CAPEIC) ha deciso di investire 150 milioni di dollari all’anno nel Paese, con un incremento previsto a 540 milioni entro tre anni. Il progetto riguarda un’area di 4.500 chilometri quadrati che si estende su tre province nel nord dell’Afghanistan: Sar-e Pol, Jowzjan e Faryab.
Nei giorni scorsi, invece, il ministro degli Esteri indiano, Vikram Misri, ha incontrato a Dubai il suo omologo afghano ad interim, Amir Khan Muttaqi. Tra i tanti argomenti trattati, si è discusso della necessità per l’India di impegnarsi in progetti di sviluppo e nella fornitura di assistenza umanitaria a Kabul.
Il governo degli Stati Uniti ha stimato in almeno 1 trilione di dollari il valore dei depositi minerali presenti sotto il suolo afghano. Nel frattempo i talebani affermano di aver firmato accordi con decine di investitori stranieri per l’estrazione di pietre preziose e di riscuotere tasse sulla vendita di smeraldi, rubini e zaffiri da parte di privati.


