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Permanent Structured Co-Operation, Pesco . E’ la cooperazione permanente strutturata per la Difesa firmata da 23 Paesi europei  – Danimarca, Irlanda, Portogallo e Malta esclusi oltre ovviamente a Uk sotto Brexit – durante il Consiglio Esteri/Difesa di Bruxelles che rappresenta il primo passo esecutivo verso l’integrazione delle Forze Armate europee.

In brevissimo tempo, anche soprattutto per l’uscita di Londra dai meccanismi decisionali europei, l’Ue ha presentato 3 importantissimi documenti di indirizzo strategico congiunto per la Difesa che sono stati in qualche modo propedeutici alla firma del trattato Pesco.
A giugno di quest’anno c’è stata la “Riflessione sul futuro delle Difesa Europea” a firma dell’Alto Commissario Mogherini e del Vice Presidente Ue Katainen, seguita dalla Comunicazione della Commissione che lancia il Fondo Europeo per la Difesa infine un atto normativo europeo che istituisce il Didp ( Defence Industrial Development Program). Per la prima volta arrivano anche i soldi, tanti anche. A partire dal Padr (Preparatory Action on Defense Reserach) che inizialmente conterà su soli 90 milioni di euro in 3 anni, si passerà a breve all’Edrp (European Defence Research Program) che a regime disporrà di 500 milioni di euro l’anno da destinare all’industria e alla ricerca per lo sviluppo di programmi comuni ai Paesi membri. Non solo. Nel bilancio Ue anche il Fondo Europeo per la Difesa riprende slancio e nel biennio 2019-2020 avrà una disponibilità di 500 milioni per passare poi ad un miliardo di euro l’anno. Calcolando che questi fondi andranno a coprire circa il 20/30% dei costi di sviluppo dei progetti comuni, la disponibilità finanziaria totale, sommata dei singoli contributi dei Paesi dell’Ue, sale a 5 miliardi di euro l’anno.

Una somma enorme che è la diretta conseguenza di due fattori. Il primo è strutturale, ovvero l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. Londra, storicamente filo atlantista e fortemente legata a Washington, è sempre stata scettica verso l’iniziativa di Difesa Europea: per anni ha posto il veto su qualsiasi tentativo di finanziamento diretto da parte del bilancio europeo volto alla ricerca in campo militare oltre ad opporsi al co-finanziamento dello sviluppo e produzione di equipaggiamenti per le Forze Armate dei Paesi membri. Insomma se si escludono i programmi quali il Tornado o il Typhoon (per fare due esempi eclatanti), comunque non inquadrabili in un piano di strategia industriale militare europea ma solamente frutto di accorti multilaterali tra nazioni sovrane, il Regno Unito non è mai stato d’accordo con il piano franco-tedesco – e sponsorizzato dall’Italia – di razionalizzare e unificare lo sforzo militare europeo. A riprova è anche il fatto che Londra finchè ha potuto ha posto il veto sulla firma di Pesco, prevista dal Trattato di Lisbona, e soprattutto l’opposizione alla costituzione di un quartier generale europeo unico in grado di gestire le crisi internazionali e di far fronte agli impegni a cui l’Europa è chiamata. Il secondo fattore è congiunturale, ovvero la risposta dell’Europa al mutato assetto geopolitico mondiale che pone nuove sfide da affrontare – come il ritorno sulla scena di vecchie potenze quali la Russia, problema sentito soprattutto dagli Stati dell’Europa Orientale – ed il richiamo della Nato ai suoi Paesi membri di aumentare le spese per la Difesa: con Pesco in questo senso si prendono due piccioni con una fava instillando nuova linfa vitale – a colpi di centinaia di milioni di euro – nel settore della Difesa pur esulando un po’ dai bilanci veri e propri che i singoli Paesi membri per questa voce.
Uscita Londra sembra quindi che finalmente ci sia collaborazione nell’Ue in merito agli investimenti da destinare alla Difesa, allo sviluppo delle capacità industriali militari, e alla preparazione e organizzazione per partecipare insieme a missioni militari – il famoso comando unico.

Ma cos’è davvero Pesco?
La cooperazione strutturata permanente si esplicherà principalmente su due livelli. Il primo, quello consigliare, dove si prenderanno le decisioni di indirizzo e dove voteranno solo i Paesi membri di Pesco col vincolo dell’unanimità, il secondo livello riguarda i singoli accordi su programmi industriali che raggrupperanno solo i Paesi che ne saranno fautori. Pesco agirà tramite due strumenti: il primo è la Coordinated Annual Review on Defence (Card) che sostanzialmente servirà ad analizzare il bilancio delle spese militari europee stabilendo i parametri da ritoccare e quindi quelle voci “in perdita”; il secondo è il già citato Fondo Europeo per la Difesa.
Fondamentalmente però Pesco va a creare un’Europa a 2 velocità nel campo della Difesa perché appunto un gruppo di Paesi può avviare una cooperazione militare strutturata all’interno dell’Ue, e la locomotiva della Difesa europea è franco-tedesca, come si evince anche dall’accordo siglato tra Parigi e Berlino lo scorso 13 luglio. I due Paesi infatti hanno concordato tutta una serie di programmi militari da sviluppare insieme dovendo entrambi far fronte a quasi le stesse problematiche. La Francia, così come la Germania, dovranno infatti sostituire, ad esempio, i propri cacciabombardieri da interdizione (Mirage 2000 e Tornado) e soprattutto Parigi stava puntando su di un velivolo a pilotaggio remoto. Le recenti intenzioni di Berlino di dotarsi dell’F-35, al pari di Italia ed altri Paesi membri dell’Ue e della Nato, sembrano un po’ sparigliare le carte in tavola. Oltre a questo però ci sono altri programmi che rappresentano una necessità impellente comune a Francia e Germania: una nuova generazione di MBT – problema che in realtà affligge anche il resto dell’Europa oltre che gli Usa – un nuovo sistema di pattugliamento marittimo, l’Eurodrone, una nuova versione dell’elicottero da attacco “Tiger” (che recentemente è stato messo a terra per problemi al rotore) oltre alla necessità di dotarsi di nuovi sistemi di sorveglianza satellitare e di comunicazione.

L’Italia da luglio ad oggi non ha saputo risolvere le nostre debolezze strutturali nel campo della Difesa – in primis il bilancio ancora fortemente legato al fattore personale invece che innovazione – lasciando certi intenti “europeisti” affidati solo alla carta. Se a questo si aggiunge il solito balletto istituzionale fatto di promesse e rimandi oltre alla naturale e scellerata propensione italica e voler accontentare tutti – il caso dei cantieri STX di St. Nazaire è abbastanza emblematico da questo punto di vista – si capisce perché Berlino e Parigi abbiano subito messo le cose in chiaro e de facto si siano prese la direzione di Pesco.
Ormai non ci resta che accordarsi con l’asse francotedesco di volta in volta cercando almeno di essere tra le prime carrozze dietro a questa locomotiva, ma prima occorre razionalizzare l’industria militare italiana stabilendo quali siano le aree tecnologiche da tutelare ed implementare: non è più possibile, vista questa realtà, che tutti facciano tutto. Ovviamente il fattore bilancio è la chiave di volta per cercare di “vincere il campionato cadetto” dato che, oltre alla cronica penuria di fondi destinati alla Difesa, l’Italia deve affrontare ancora il problema dell’uniformare le risorse destinate alle varie voci del dicastero, riducendo quelle relative al personale ed aumentando quelle dell’innovazione, ricerca e mantenimento.