Il FSB russo ha smantellato una cellula di jihadisti centro-asiatici che stava pianificando una serie di attentati per colpire le prossime festività natalizie e le elezioni presidenziali che si terranno il prossimo marzo.

I terroristi, identificati come cittadini tajiki e legati alla filiera dell’Isis, erano in possesso di due fucili AK-47, munizioni, bombe artigianali (IED) e ulteriore materiale esplosivo per la fabbricazione di ordigni.

Lo scorso 14 novembre, in un’altra operazione anti-terrorismo, le forze di sicurezza russe avevano arrestato nella zona di Mosca sessantanove estremisti legati al gruppo islamista Jamat i-Tabligh, molti dei quali centro-asiatici. Il 9 settembre 2017 altri due terroristi provenienti dall’Asia centrale erano stati arrestati da agenti del FSB mentre preparavano attentati. Del resto anche l’attentatore di San Pietroburgo dello scorso 3 aprile, Akbarzhon Jalilov, era di quell’area, originario del Tajikistan.

Il terrorismo islamista centro-asiatico non ha però mirato soltanto alla Russia, ma anche a Stati Uniti, Svezia e Turchia: l’attentatore dei ciclisti a Manhattan dello scorso 31 ottobre veniva infatti identificato come l’uzbeko Sayfullo Saipov. Il 7 aprile a Stoccolma l’uzbeko Rakhmat Akilov si scagliava con il proprio automezzo contro dei passanti, definendoli poi “infedeli” una volta arrestato. Non è forse un caso che il 2017 si era aperto proprio con un attentato perpetrato da un centro-asiatico, l’uzbeko Abdulkadir Masharipov, che aveva assaltato il nightclub “Reina” a Istanbul, uccidendo trentanove persone e ferendone settanta.

Se si considera che da inizio 2017 ci sono stati ben quattro pesanti attentati perpetrati da estremisti originari dell’Asia centrale ex sovietica e con un bilancio di sessantotto morti, senza contare le cellule attive, smantellate dalle forze di sicurezza, ci si può rendere conto della gravità del fenomeno.

Si è infatti davanti a una serie di episodi che fanno emergere in primis il problema legato all’infiltrazione dell’islamismo radicale in Paesi come Kazakhstan, Tajikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kyrgyzstan, ma anche una conseguente espansione dell’operatività jihadista di quell’area in Russia, Europa e Stati Uniti.

In secondo luogo c’è un rischio consistente per quanto riguarda i foreign fighters unitisi a gruppi jihadisti in Siria e Iraq che hanno acquisito l’addestramento necessario per poter poi rientrare e compiere attentati altrove.

In realtà i primi allarmanti segnali erano già emersi nel 2015 quando era stato individuato un incremento dei flussi di jihadisti centro-asiatici in partenza per Siria e Iraq al punto che oggi sono più di quattromila i jihadisti provenienti da queste zone e attivi nell’area mediorientale. In aggiunta, gli ultimi dati esposti mostrano come vi sia stato un aumento del numero di attacchi perpetrati da terroristi centro-asiatici.

La galassia jihadista centro-asiatica ha rimpiazzato quella del Caucaso settentrionale (Cecenia e Daghestan), pesantemente colpita e resa inoffensiva negli ultimi anni dalla strategia anti-terrorismo messa in atto dal Cremlino nella zona (in coordinazione con un piano per la de-radicalizzazione portato avanti dalla comunità islamica ufficiale) ma anche a causa di dissidi interni tra la frangia legata all’Emirato del Caucaso e le “vilayat ribelli” schieratesi con l’Isis, una frattura che ha di fatto sgretolato dall’interno ciò che rimaneva del jihadismo caucasico.

Il Cremlino, per far fronte all’infiltrazione jihadista centro-asiatica, ha provveduto a sigillare i confini, in particolare quelli verso sud. Circa diciottomila individui sono stati inseriti nella lista nera del FSB e non possono dunque entrare in territorio russo. Nel contempo, soltanto nel 2017, ben 18 attacchi sono stati neutralizzati preventivamente dalle forze di sicurezza di Mosca.

La Russia, ritenuta dal jihadismo sunnita e wahhabita la principale responsabile della disfatta dell’Isis in Siria, ha all’orizzonte prossimo una serie di eventi che fanno gola al terrorismo: il Natale ortodosso, le prossime elezioni presidenziali di novembre e i Mondiali di calcio della prossima estate.

Se in passato erano i jihadisti del Caucaso a preoccupare Mosca, oggi il focolaio si è spostato più a est ed è lo stesso che allarma Pechino per quanto riguarda la radicalizzazione delle popolazioni cinesi di religione musulmana nell’ovest del Paese.

Una fonte vicina alle forze di sicurezza russe ha illustrato come i jihadisti dell’Asia centrale, in particolare i tajiki, hanno a loro volta stretti contatti con i talebani afghani ma anche con l’organizzazione pakistana “Tehrik i-Taliban”. Non fanno distinzione tra qaedisti e Isis, l’importante è colpire il nemico ovunque esso si trovi e il nemico è anche ad ovest, in Europa e negli Stati Uniti, come dimostrano gli attentati di Stoccolma e Manhattan. Non bisogna dunque commettere l’errore di ritenere il fenomeno del jihadismo centro-asiatico un problema lontano, perché non lo è.

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