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Nel panorama politico americano, pochi nomi hanno suscitato negli ultimi anni la stessa attenzione di Zohran Mamdani. Giovane, carismatico, progressista, nato a Kampala in Uganda da genitori di origine indiana, cresciuto tra Africa e Stati Uniti, Mamdani è diventato sindaco di New York. La sua elezione ha segnato una svolta storica: per la prima volta la metropoli americana è guidata da un cittadino musulmano, naturalizzato statunitense solo sette anni prima, che ha saputo conquistare un consenso trasversale e inatteso.

È un risultato che avrebbe potuto rappresentare il trampolino di lancio verso la politica nazionale, se non fosse per una barriera invisibile ma invalicabile. La Costituzione degli Stati Uniti, redatta nel 1787, stabilisce che solo chi è cittadino “per nascita” può diventare presidente. Mamdani, naturalizzato nel 2018, è escluso a priori. È il paradosso più evidente della sua storia: un uomo che ha conquistato la città più potente del Paese, ma che non potrà mai aspirare al potere supremo.

Non sarà eleggibile alla carica di Presidente chi non sia cittadino degli Stati Uniti per nascita o cittadino nel momento in cui questa Costituzione sarà adottata, né potrà essere eleggibile a tale carica chi non abbia raggiunto l’età di trentacinque anni e non sia residente negli Stati Uniti da quattordici anni.

La regola è chiara e implacabile. Tutti i 46 presidenti americani, da Washington a Biden, sono stati cittadini sin dalla nascita. La clausola che esclude i naturalizzati nacque per timore delle ingerenze straniere, in un’epoca in cui le neonate repubbliche temevano l’influenza delle monarchie europee. In oltre due secoli, nessuna riforma è mai riuscita a modificarla. La Corte Suprema non ne ha mai dato un’interpretazione definitiva, ma la tradizione politica è rimasta invariata: chi non è nato cittadino americano, non può diventare presidente.

Gli altri casi prima di lui

Il caso di Mamdani non è isolato. Prima di lui, altri protagonisti della vita pubblica statunitense hanno dovuto misurarsi con lo stesso limite. Arnold Schwarzenegger, austriaco di nascita e naturalizzato americano nel 1983, governatore della California per due mandati e popolarissimo a livello nazionale, fu costretto a rinunciare a ogni ambizione presidenziale. Madeleine Albright, nata a Praga e divenuta cittadina americana negli anni Cinquanta, servì come segretario di Stato sotto Bill Clinton, ma sapeva bene che non avrebbe mai potuto correre per la presidenza. Lo stesso vale per Henry Kissinger, tedesco di nascita e tra i più influenti segretari di Stato del Novecento: stratega della politica estera americana, premio Nobel per la Pace, eppure formalmente escluso da ogni possibilità di accedere alla carica più alta.

In tempi più recenti, la questione è riemersa con il senatore canadese Ted Cruz e con il senatore John McCain, nati entrambi fuori dal territorio continentale americano ma da genitori cittadini. I loro casi, pur diversi, riaprirono il dibattito sul significato di “natural born citizen”. Entrambi furono considerati eleggibili, ma solo perché erano cittadini dalla nascita, non perché naturalizzati. Il principio, insomma, non cambiò.

La storia di Mamdani s’inserisce in questa lunga sequenza di destini sospesi tra l’appartenenza legale e quella simbolica. La sua elezione a sindaco di New York ne fa un caso di scuola: la piena integrazione politica e civica non cancella la distinzione d’origine che la Costituzione continua a imporre. Mentre la sua amministrazione si prepara ad affrontare le sfide monumentali della città — dalla crisi abitativa al trasporto pubblico, dall’ambiente alla sicurezza sociale — il dibattito nazionale si interroga su quanto a lungo un Paese definito dalla propria diversità possa mantenere una regola che distingue i cittadini per nascita dai cittadini per scelta.

Mamdani, dal canto suo, non ha mai avanzato rivendicazioni presidenziali. Ma la sua figura, la sua traiettoria e la sua vittoria sono diventate una metafora politica. È l’immagine di un’America che si trasforma più velocemente della sua legge fondamentale, un Paese in cui la democrazia è più aperta nella pratica di quanto non sia sulla carta. E proprio questo contrasto – tra ciò che il Paese è diventato e ciò che la sua Costituzione ancora detta – alimenta un dibattito di fondo sull’identità nazionale.

Le discussioni sull’articolo due della Costituzione

Gli Stati Uniti contano oggi decine di milioni di cittadini naturalizzati, uomini e donne che servono nelle forze armate, dirigono aziende, vengono eletti nei consigli comunali, nei parlamenti statali, e ora anche nei municipi più importanti. Ma la soglia della Casa Bianca resta invalicabile. Zohran Mamdani lo sa, e forse non lo considera un ostacolo alla sua missione. Governerà New York, come prima di lui fecero altri sindaci che cambiarono il volto della città, da Fiorello La Guardia a Michael Bloomberg, ma con la consapevolezza di incarnare qualcosa di più: la contraddizione viva di un Paese che proclama l’uguaglianza e al tempo stesso la limita per nascita.

Il suo percorso, d’altra parte, si iscrive in una tradizione che ha già visto leader nati altrove contribuire in modo determinante alla definizione della politica americana. Kissinger, Albright, e più recentemente Kamala Harris – figlia di immigrati ma nata negli Stati Uniti – hanno tutti interpretato, in modi diversi, la tensione tra radici e destino nazionale. Mamdani aggiunge a questa genealogia un capitolo nuovo, figlio del nostro tempo: quello di un politico globale in un’America che si scopre, ancora una volta, prigioniera della propria storia.

Il tema dell’eleggibilità dei cittadini naturalizzati è da decenni al centro di un dibattito giuridico acceso ma mai risolto. La cosiddetta natural born citizen clause, contenuta nell’articolo II della Costituzione, è stata oggetto di innumerevoli studi, proposte di riforma e controversie accademiche. La Corte Suprema, pur essendo stata più volte sollecitata, non ha mai espresso un’interpretazione definitiva, preferendo lasciare al Congresso e alla prassi politica il compito di determinarne i confini. La questione si è riaccesa in momenti di tensione elettorale: accadde nel 2008, quando alcuni gruppi “birther” misero in dubbio, senza fondamento, la nascita americana di Barack Obama.

Sul piano legislativo, diversi parlamentari hanno tentato di eliminare o riformulare la clausola. Nel 2003 fu presentato l’“Equal Opportunity to Govern Amendment”, un emendamento costituzionale che avrebbe consentito ai cittadini naturalizzati da almeno vent’anni di candidarsi alla presidenza. La proposta, sostenuta anche da esponenti repubblicani e indipendenti, non superò però la prima fase di discussione. Le resistenze furono forti da entrambi gli schieramenti, in nome della “continuità storica” e della presunta necessità di preservare il carattere originario dell’istituzione presidenziale. Da allora, ogni tentativo di revisione si è arenato prima di arrivare al voto.

Tra i giuristi, la disputa resta aperta. Una parte sostiene che la distinzione tra cittadini per nascita e naturalizzati sia ormai incompatibile con i principi di eguaglianza sanciti dal XIV emendamento e con la natura inclusiva della cittadinanza contemporanea. Altri, invece, ritengono che la clausola sia una garanzia indispensabile contro potenziali interferenze straniere e che abolirla significherebbe snaturare un equilibrio fondativo del sistema politico americano. Il risultato è una paralisi interpretativa: la Costituzione, in questa materia, continua a parlare la lingua del Settecento, mentre la società americana vive nel XXI secolo.

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