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Secondo un’indiscrezione proveniente dallo staff della Casa bianca emersa recentemente, Donald Trump avrebbe espresso interesse nell’acquisto della Groenlandia. La notizia viene rilanciata nei giorni immediatamente precedenti alla visita che il presidente statunitense farà in Danimarca dal 2 al 3 settembre e la tempestività non è per nulla casuale: si tratta di un avvertimento per tutti coloro che hanno ambizioni egemoniche sull’isola artica.

La Groenlandia nella visione di Trump

È un’isola di oltre 2 milioni di chilometri quadrati di superficie che si estende fino alle estremità del polo nord, è abitata da quasi 60mila persone, è quasi interamente ricoperta da ghiacci, e si appresta a diventare uno dei principali teatri di scontro fra Stati Uniti e Cina.

Quando il cambiamento climatico renderà l’isola più accessibile, sia in termini di stanziamento umano permanente che di sfruttamento delle risorse naturali attualmente bloccate nel sottosuolo ghiacciato, la potenza che eserciterà il maggiore controllo su di essa avrà a disposizione un’incredibile varietà di beni strategici con i quali alimentare un primato economico difficilmente eguagliabile: dal ferro al petrolio, dallo zinco al gas, fino alle cosiddette terre rare.

Realismo e geopolitica energetica si intrecciano nell’Artico, e Trump ha compreso che è arrivato il momento di ridare priorità all’isola, che è stata largamente trascurata nel post-guerra fredda anche per via del focus decennale posto sulla guerra al terrore all’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001.

Quella trascuratezza è stata sfruttata dalla Cina per ritagliarsi dello spazio d’azione nella tanto a lungo sognata regione artica. I cinesi hanno focalizzato gli investimenti nel settore energetico (petrolio) e minerario, come palesato dallo sviluppo degli impianti estrattivi di Kvanefjeld, che è specializzato nella raccolta di uranio e terre rare, e Citronen Fjord, che è specializzato nell’estrazione di zinco.

Una Groenlandia sotto controllo cinese significherebbe sia perdere competitività a livello internazionale, per via del mancato accesso alle preziose risorse dell’isola, che dover fronteggiare possibili minacce di natura ibrida che graverebbero sulla sicurezza nazionale statunitense.

Negli ultimi tre anni, la Cina ha provato ad acquistare dei siti dismessi, fra cui una ex base navale, e ha avanzato delle offerte per la costruzione di un aeroporto nei pressi di Thule, l’unica base militare con bandiera statunitense operativa nell’isola. In entrambi i casi, la Danimarca è intervenuta per fermare le trattative fra cinesi e groenlandesi su pressioni di Washington.

Un 51esimo stato virtuale

Il primo ministro groenlandese, Kim Kielsen, ha replicato alle indiscrezioni dichiarando che l’isola “non è in vendita“, e reazioni simili a metà fra l’ilarità e la fermezza nel rifiutare un simile scenario sono provenute dal mondo politico danese. Considerando lo stile eterodosso di Trump, non è da escludere che l’argomento possa essere realmente discusso durante la futura visita di Stato, ma il punto è un altro.

Gli Stati Uniti hanno voluto inviare un chiaro messaggio alla Cina, che dopo esser penetrata lentamente nel settore minerario ha messo gli occhi sul sistema infrastrutturale e palesato la volontà di fare dell’isola uno dei punti di snodo più importanti della cosiddetta via della seta polare. Quest’ultima è pensata per ridurre i tempi di spedizione delle merci da Shanghai a Rotterdam ed è stata ufficialmente proposta anche alla Russia, seppure accolta con scetticismo perché regalerebbe virtualmente l’Artico a Pechino.

Ciò che seguirà alla visita in Danimarca di settembre potrebbe essere un maggiore impegno di Washington nei domini artici danesi, sia in termini di investimenti e maggiore interscambio commerciale che di presenza militare – ossia il potenziamento di Thule e l’apertura di ulteriori basi verso il polo nord. La Groenlandia probabilmente non sarà annessa fisicamente, ma lo sarà virtualmente se Trump deciderà di realizzare la propria agenda polare, fino ad oggi trattata in maniera molto marginale.

Groenlandia, ma non solo

L’agenda polare dell’amministrazione Trump sta portando gli Stati Uniti a rivalutare l’importanza di Alaska e arcipelago artico canadese. La prima è sotto osservazione speciale per via degli interessi cinesi nei settori critici, come energia e infrastrutture, il secondo perché rappresenta il punto di passaggio fra le Americhe e l’Artico e fra l’Atlantico e il Pacifico.

Il primo ministro canadese Justin Trudeau si è scontrato verbalmente con Trump su diversi temi, dall’immigrazione al commercio, fra i quali la sovranità di Ottawa sul cosiddetto passaggio a nord-ovest. Il contenzioso fra i due paesi sembrava essersi concluso negli anni ’80, ma è riemerso da quando Trump si è insediato alla Casa bianca.

A maggio, il segretario di Stato Mike Pompeo aveva lanciato una dura invettiva contro il Canada durante un incontro del Consiglio Artico, ritenendo “illegittime” le rivendicazioni di sovranità sul passaggio a nord-ovest e paventando presunte infiltrazioni cinesi nell’arcipelago artico che, però, son state bollate come prive di fondamento dalle controparti canadesi.

Nello stesso discorso, Pompeo aveva sottolineato l’importanza di trarre benefici dal cambiamento climatico, come ad esempio lo sfruttamento delle risorse liberatesi dai ghiacciai secolari e l’apertura di nuove rotte commerciali con cui ridurre i tempi di navigazione fra i paesi dell’Estremo oriente e gli Stati Uniti. Per raggiungere questi fini, il segretario di Stato aveva annunciato la prossima apertura di nuovi enti appositamente dedicati a questioni dell’area polare.

Quest’ultimo punto è di particolare importanza perché evidenzia la posizione di svantaggio in cui si trovano gli Stati Uniti nella competizione nell’Artico, che per ragioni geografiche ed immutabili è una sfera di pertinenza naturale dello storico rivale russo e che per miopie strategiche è, oggi, anche interessato dal protagonismo aggressivo cinese.

Un interesse di lunga data

L’idea di acquistare l’isola artica in luce della sua importanza geostrategica risale all’epoca della ricostruzione post-guerra di secessione. Nel 1868 il Dipartimento di Stato redasse un rapporto dettagliato su Groenlandia e Islanda con l’obiettivo di valutare i benefici derivanti dal loro eventuale possesso, in particolar modo riguardo il controllo dell’Artico e l’accesso a giacimenti di risorse probabilmente nascoste dai ghiacci.
Il suggerimento del rapporto all’allora presidente Andrew Johnson era di avanzare un’offerta di acquisto per entrambe, o soltanto per la prima, ma non ci fu alcun seguito. Forse Johnson credeva che non fosse necessario espandersi ulteriormente nell’Artico prelevando altre risorse dedicate alla ricostruzione, anche perché l’anno precedente aveva ratificato l’acquisto dell’Alaska dall’impero russo per 7 milioni di dollari dell’epoca.
Nel 1946, a seconda guerra mondiale finita e guerra fredda in rapida ascesa, l’amministrazione Truman offrì a Copenaghen 100 milioni di dollari dell’epoca per l’acquisto dell’isola, ma la proposta fu rifiutata. Comunque, agli Stati Uniti fu consentito di installare basi militari e di mantenere una posizione privilegiata negli affari interni, una situazione ancora oggi perdurante.