Quando Donald Trump si candidò alle primarie del Partito repubblicano, quasi nessuno prese sul serio la sua candidatura. Tra quei pochi leader europei di destra o di centrodestra che perorarono la causa del magnate nonostante la ragionevolezza portasse da tutt’altra parte, magari dal lato di Jeb Bush o da quello di Marco Rubio, c’era Nigel Farage. Adesso è tempo di “passare il favore”.

Il Brexit Party è stato fondato sulle ceneri dell’Ukip solo da poche settimane, ma i risultati delle elezioni europee in Gran Bretagna hanno dimostrato come quel 51.89% del 23 giugno 2016, quello che ha sancito l’avvio dell’iter per l’uscita dei sudditi di Sua Maestà dall’Unione europea, sia tutto fuorché anacronistico. A The Donald la Brexit piace, specie la versione “hard”, cioè quella che prevede uno strappo deciso e senza remore, sia perché si integra bene con la sua visione del mondo sia perché depotenzia il dominio commerciale della Germania di Angela Merkel.

“Se fossi un cittadino americano, non voterei per Hillary Clinton neppure se mi pagassero”, disse Nigel Farage nell’agosto del 2016. I moti elettorali che hanno contribuito alla vittoria del candidato repubblicano alle presidenziali del 2016 e all’affermazione dei sovranisti inglesi pochi mesi prima sono simili. In entrambi i casi, è stato possibile raccontare di una classe operaia sfiduciata nei confronti delle forze politiche progressiste, di una compattezza politica nata nelle periferie impoverite per via della crisi economica e di un risultato al di fuori di ogni portata previsionale.

Donald Trump, che in queste ore si trova a Londra, ha chiesto, magari in maniera un po’ provocatoria, che a sedersi al tavolo con le istituzioni sovranazionali europee per contrattare sulla Brexit sia proprio quel Nigel Farage, dal quale i conservatori – come si legge su Repubblica – avrebbero “molto da imparare”. E poi c’è Boris Johnson, che è tornato in auge per la leadership nazionale da quando Theresa May ha annunciato le sue dimissioni: il fondatore del Brexit Party e l’ex sindaco londinese e ministro degli Esteri sono quanto di meglio The Donald potesse sperare per il futuro del Regno Unito. Del secondo il presidente degli Stati Uniti ha detto – come è possibile approfondire sempre sulla fonte citata – che opererebbe in maniera ottimale.

Per certi europeisti, Trump agisce come uno scassinatore che vuole destrutturare l’Ue, spingendo per questo o per quest’altro leader populista a seconda del momentum. Per i sostenitori del multilateralismo geopolitico, il commander in chief è destinato a ripristinare il sistema degli accordi bilaterali, quindi l’autosufficienza economico-industriale. La sostanza non cambia: l’inquilino della Casa Bianca ha almeno un paio di amici oltremare con i quali non vede l’ora di scambiare due chiacchiere sul destino dell’Occidente.

A novembre del 2020, quando i cittadini americani saranno chiamati a confermare o meno la loro fiducia nei confronti del Tycoon, la situazione sarà chiara: il Regno Unito farà ancora parte o no del consesso sovra-istituzionale del Vecchio continente. Non è un dettaglio da poco: il presidente desidera narrare agli elettori di come gli Stati Uniti siano “tornati grandi”, potendo vantare pure un rapporto privilegiato, se non esclusivo, con gli eredi del vecchio impero.