Perché Trump e Kim potrebbero incontrarsi (di nuovo) e come sono cambiati i rapporti di forza

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Saranno settimane intense per Kim Jong Un. Il prossimo 3 settembre il leader nordcoreano volerà a Pechino per assistere, insieme ad altri 26 leader stranieri, alla parata militare organizzata dalla Cina per celebrare l’80esimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale. In seguito, presumibilmente nei mesi a venire, Kim potrebbe poi addirittura incontrare nuovamente Donald Trump per un evento ancora più rilevante della trasferta cinese.

“Un giorno lo vedrò (di nuovo ndr). Non vedo l’ora di incontrarlo. È stato molto gentile con me”, aveva del resto dichiarato lo stesso Trump, parlando di Kim, a margine del recente incontro andato in scena alla Casa Bianca con il presidente sudcoreano Lee Jae Myung. Il tycoon ha anche affermato di sperare che i colloqui con il suo omologo nordcoreano possano svolgersi già quest’anno: prospettiva difficile ma non certo impossibile.

Il nuovo Kim, il vecchio Trump

Sono passati circa sei anni dall’ultimo, improvvisato, faccia a faccia tra Trump e Kim avvenuto nella Zona Demilitarizzata, al confine tra le due Coree. Da allora, e sotto l’amministrazione Biden, i rapporti lungo l’asse Washington-Pyongyang si sono arenati in un nulla di fatto.

Oggi i due vecchi ”amici”, e cioè Trump e Kim, sono pronti a riprendere il filo del discorso con alcuni importanti aspetti da considerare. Kim non è più il presidente che i media occidentali prendevano in giro per il suo bizzarro abbigliamento, non è più isolato, non guida un Paese allo sbando e, in generale, ha trascorso le ultime primavere accumulando esperienza internazionale.

La Corea del Nord ha testato nuovi missili e mezzi militari, e ha persino inviato un contingente di truppe a combattere sul fronte ucraino, al fianco dei soldati russi, ottenendo risultati discreti. Se Kim può contare sul sostegno più o meno esplicito di Vladimir Putin e Xi Jinping, dall’altro lato Donald Trump sembrerebbe aver perso il ruspante aplomb che aveva caratterizzato il suo primo mandato.

L’inquilino della Casa Bianca, è vero, ha teso la mano della diplomazia a Putin ma ha inasprito i rapporti con l’Unione Europea e gran parte dei governi asiatici. Cosa significa tutto questo? Semplice: che quando e se mai ci sarà un incontro tra i due leader, i rapporti di forza tra Kim e Trump non dovranno essere dati per scontati.

Il momento del dialogo

Tra coloro che spingono per riesumare il dialogo Trump-Kim troviamo il presidente sudcoreano Lee. Nel suo ultimo meeting con The Donald, il progressita alla guida della Corea del Sud ha provato a lusingare il leader statunitense implorandolo di continuare a sostenere gli sforzi di pace in Corea (anche se fin qui non ha fatto niente di rilevante) e suggerendogli di costruire una Trump Tower in Corea del Nord.

Lee ha anche concordato con l’affermazione di Trump secondo cui Kim non avrebbe continuato a potenziare le sue capacità nucleari negli ultimi anni se Trump fosse rimasto in carica. ”Credo che tu sia l’unico leader ad aver raggiunto simili traguardi”, ha aggiunto il presidente del Sud. “Non vedo l’ora che tu incontri il presidente Kim Jong Un, che si occupi della costruzione della Trump Tower in Corea del Nord e che tu giochi a golf”, ha poi proseguito Lee all’indirizzo di Trump.

Lo stesso Lee ha avvertito che Pyongyang potrebbe presto produrre dalle 10 alle 20 armi nucleari all’anno, nonché un missile in grado di colpire gli Stati Uniti nonostante le pressioni e le sanzioni da parte della comunità internazionale. “La dura verità è che il numero di armi nucleari possedute dalla Corea del Nord è aumentato negli ultimi tre o quattro anni”, ha sottolineato Lee presso il Center for Strategic and International Studies.

Agli occhi di Seoul, dunque, l’unica soluzione per evitare il disastro nella penisola coreana coincide con una ripresa del dialogo tra Trump e Kim. La palla passa adesso al leader nordcoreano, sempre più rilevante negli equilibri globali.