Donald Trump, quello che i media chiamano l”idiota”, potrebbe essere riuscito nel miracolo di far arretrare dalle sue posizioni Kim-Jong un. Il presidente degli Stati Uniti, spesso oggetto di attacchi mediatici, è finito al centro delle polemiche per via di “Fire and Fury”: il libro di Michael Wolff in cui si racconta come la maggior parte dei collaboratori alla Casa Bianca siano convinti dell’inadeguatezza del Tycoon. Un testo, quello di Wolff, che ha raggiunto immediatamente la qualifica di best seller. 

E i liberal hanno aperto, puntualmente, il fuoco. Da settimane, sulla maggior parte dei media occidentali, non si fa che sottolineare i presunti aspetti sconvolgenti di “Fire and Fury”: le ore passate da Trump davanti alla Tv, le opinioni dei suoi familiari, lo stato psichico del presidente e così via. Il mondo, nel frattempo, va avanti.

Kim Jong-un ha riaperto il dialogo con la Corea del Sud. In un intervento molto “occidentalizzato”, il leader della Corea del Nord si è presentato davanti alle telecamere per annunciare la riapertura dell’hotline con Seul. Il Sud della Corea, che da sempre mira alla riunificazione, ha accettato con favore la mossa di Kim. Pyongyang invierà una delegazione di atleti alle Olimpiadi invernali della Corea del Sud: un passo storico, dato che i paesi risultano figurativamente in guerra dal 1950 e che nessun trattato di pace, ad oggi, è mai stato sottoscritto tra le due nazioni. L’unico documento esistente è l’armistizio del 53′, che era stato messo in discussione proprio a causa della recente escalation di tensioni. Seul ha chiarito la sua posizione in merito: Moon Jae-in non ha escluso che in futuro possa tenersi un summit distensivo tra le due Coree. “I passi di questi giorni non rappresentano che l’inizio” ha dichiarato il presidente della Corea del Sud, sottolineando che “la prossima tappa è portare la Corea del Nord a discussioni sulla denuclearizzazione”. La revoca delle sanzioni Onu, poi, rimane per Moon strettamente legata alla soluzione della crisi nucleare. Nessuna fuga in avanti di Seul, insomma, ma solo una convinta adesione all’apertura di Kim. Quello che potrebbe cambiare, invece, è la consistenza delle sanzioni unilaterali, che attualmente negano persino il trasferimento dei nordcoreani a Seul. 

“Si vis pacem para bellum” è un antico brocardo latino, attribuito a volte a Publio Flavio Vegezio, ma genericamente definito come anonimo. Il significato dell’espressione è noto ai più: uno dei modi più certi di assicurare la pace è quello di organizzare la guerra. Le dinamiche conflittuali prevedono un ruolo specifico anche per la “minaccia”. Paolo Guzzanti, in questo articolo, ha spiegato quali siano le direttrici della strategia di Trump con Kim: diplomazia, psicologia e armi: “Somiglia in questo a Teddy Roosevelt, lontano parente del più famoso Theodor Delano, che agitava sempre il ‘nodoso bastone’ della forza militare sussurrando parole di pace”, ha scritto Guzzanti su Il Giornale

Torniamo per un attimo ai tempi dell’amministrazione Obama: la strategia con la Corea dell’ex presidente si è basata sull’isolazionismo e sulle sanzioni. L’esponente democratico ha tentato di “tagliare fuori” Kim-Jong un dal quadro geopolitico globale. il Leap Day Agreement, un accordo stipulato da Stati Uniti e Corea del Nord, aveva stabilito la fine del programma nucleare e missilistico della Corea, in cambio di 250 tonnellate di cibo che gli States avrebbero fornito al governo coreano. il 15 aprile 2012, però, in occasione del centenario della nascita del fondatore della patria, la Corea ha lanciato un missile commemorativo. Obama, dopo quel gesto, considerò nullo l’accordo stipulato e la Corea del Nord, da quel momento, ha cominciato a rappresentare la minaccia globale di cui oggi si parla comunemente. 

Donald Trump, l'”idiota”, non ha isolato la Corea del Nord, ma l’ha in qualche modo resa protagonista delle cronache geopolitiche mondiali anche agitando lo spettro della guerra, del “bottone più grosso” e così via. Il presidente degli States non ha mai negato la disponibilità ad incontrare il leader coreano ai fini della pace, ma al contempo non ha mai disdegnato, come contrariamente ha fatto Obama, di porsi comunicativamente al suo stesso livello. Lecito ipotizzare, dunque, che alla base della strategia di Trump possa esserci un metodo o comunque un tentativo di far sentire Kim “importante”. Certo, il segnale di apertura di Kim verso la Corea del Sud è davvero di poco conto per poter sostenere che la paventata crisi nucleare si stia avviando verso la risoluzion definitiva, ma intanto le due Coree sono tornate a dialogare e questo è sicuramente un bene dal punto di vista diplomatico. 

Che la pace si ottenga mediante la capacità di difendersi e di dare vita ad una guerra è una tesi antica. Platone nelle Leggi, Cicerone nella settima filippica e Cornelio Nepote in Epaminonda la pensavano così. Basta cercare su Wikipedia. L'”idiota” Trump, che con ogni probabilità non avrà letto gli autori citati, potrebbe averlo sentito alla Tv. Ma poco importa, se l’effetto ottenuto è la riapertura del dialogo tra le due Coree: una condizione essenziale per la pace del mondo intero. Cosa c’entra Trump, però, con il parziale “ritiro” della Corea del Nord? Il professor Nunziante Mastrolia, della Luiss, ha interpretato così la situazione: “Trump ha trascinato Cina e Corea del Nord in un così parossistico crescendo di tensione che alla fine, anche quando c’è stata una pesante reazione giapponese, i paesi della regione hanno avuto più paura di Pyongyang che di Tokyo. E ancora: “Si chiama “Brinkmanship” ed è la capacità di portare l’avversario sull’orlo del burrone e costringerlo a ritrarsi per primo. Trump ci ha portato la Cina sull’orlo del burrone che ha avuto paura e si è ritratta. Così se il povero Kim da furioso dio della guerra si è dovuto trasformare nel giro di una notte in una pacifica colomba della pace, è la Cina che non ha retto il braccio di ferro ed ha dovuto fare dietro-front”, ha specificato Mastrolia riferendosi all’utilizzo che il governo cinese avrebbe fatto in passato della minaccia nucleare proveniente dalla Corea. Il quadro, in definitiva, appare molto complesso, ma una cosa è chiara: l’isolazionismo praticato da Obama non ha portato risultati positivi. Le “minacce” di Trump, per ora, non hanno avuto gli effetti spaventosi propagandati. 

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