Taiwan e Israele stanno negoziando la possibile costruzione di un centro medico in un insediamento israeliano in Cisgiordania, ha fatto sapere il ministero degli Affari Esteri di Taipei. Le autorità dell’isola hanno aggiunto che la loro attenzione è rivolta alle questioni di ”assistenza umanitaria” e non alla promozione di relazioni commerciali e di investimento con le comunità presenti in loco.
La storia ha scatenato diverse polemiche. C’è, per esempio, chi fa notare come la promessa di concretizzare un simile progetto in Cisgiordania violi le norme internazionali di impegno nei confronti dell’occupazione israeliana e che potrebbe ritorcersi sia contro Taiwan che contro Tel Aviv.
Ma che cosa è successo? E per quale ragione il governo guidato da William Lai dovrebbe, o vorrebbe, finanziare una struttura del genere? Tutto è partito quando la rappresentante di Taiwan in Israele, Abby Ya-Ping Lee, si è impegnata a contribuire alla costruzione di un centro medico a Sha’ar Binyamin, una zona industriale a Nord di Gerusalemme.
L’annuncio è arrivato durante la sua recente visita al Consiglio regionale di Binyamin, che governa 48 comunità di insediamenti nella Cisgiordania occupata da Israele.

Il progetto di Taiwan in Cisgiordania
Miss Abby Lee era accompagnata da Israel Ganz, presidente del Consiglio regionale di Binyamin e del Consiglio Yesha, l’organizzazione ombrello dei consigli comunali delle comunità di insediamento. La donazione taiwanese dovrebbe finanziare il Nanasi Medical Centre di Sha’ar Binyamin: apriti cielo.
Il portavoce del ministero degli esteri taiwanese, Hsiao Kuangwei, ha provato a smorzare le conseguenti polemiche internazionali specificando che le discussioni sulla donazione sono ancora in corso e che, nel caso, si concentreranno esclusivamente sulla cooperazione umanitaria e medica. Taiwan, è la linea dell’isola, non è coinvolta in investimenti o attività commerciali nella zona occupata da Israele.
Dal canto suo Lee ha dichiarato al South China Morning Post che Taipei è impegnata a rispettare il principio “salute per tutti”, lo stesso abbracciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). La notizia ha però scatenato non poche reazioni negative.
Il direttore generale della Fondazione Ma Ying-jeou, Hsiao Hsu Tsen, ha fatto notare che un simile impegno finanziario sarebbe stato di fatto considerato come un tacito riconoscimento della legittimità degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e respinto dalla comunità internazionale. A quel punto Taiwan si ritroverebbe in una posizione delicata, visto che l’isola ha più volte fatto leva sul sostegno internazionale per alleggerire le pressioni della Cina.

La strana mossa di Taipei
Hsu Tsen, già ministro della Giustizia di Taiwan, sindaco di Taipei e presidente del Kuomintang, partito attualmente all’opposizione, si è chiesto per quale ragione Israele avrebbe bisogno dell’aiuto di Taipei ”quando il pil pro capite israeliano è di 54.000 dollari, mentre quello taiwanese è di soli 34.000 dollari”.
”Il nostro popolo sta lottando contro una situazione economica difficile e un’inflazione crescente. L’amministrazione guidata da William Lai afferma di non avere fondi aggiuntivi per un sussidio universale, nonostante un surplus fiscale, eppure ha soldi per Israele”, ha tuonato lo stesso Hsu Tsen accusando poi il governo taiwanese di non fornire sostegno alla popolazione di Gaza.
In generale, la proposta di donare un centro medico a Israele è l’ultimo tentativo dell’isola di promuovere legami più stretti con Tel Aviv, nella riesumazione di un’alleanza che affonda le sue radici nella Guerra Fredda.
In ogni caso, gli insediamenti israeliani e la presenza complessiva in Cisgiordania sono stati considerati illegali da diversi organismi internazionali, tra cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la Corte Internazionale di Giustizia. Da questo punto di vista la promessa di donazioni da parte di Taipei potrebbe avere un impatto negativo sulla capacità di Taiwan di attrarre sostegno per la sua causa, soprattutto tra gli stati del Sud del mondo e quelli europei (che sono più favorevoli alla Palestina).

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