Evitare sbandate e logoramenti, rimettere ordine, accentrare sui legittimi detentori le responsabilità (e i rischi) di scelte decisive per società dal peso specifico notevole per l’economia nazionale, non lasciarle in preda a guerre tra bande in vista della decisiva stagione del Recovery Fund, rafforzare le prerogative di Palazzo Chigi: la decisione di Mario Draghi di lasciare ai margini i partiti nella decisione per la scelta dei vertici di Cassa Depositi e Prestiti e Ferrovie e, in prospettiva, dell’amministratore delegato della Rai non va interpretato come il frutto di una volontà esplicita del premier di schiacciare e fagocitare le formazioni che compongono la sua maggioranza.

Piuttosto, sulle nomine Draghi ha interpretato in maniera estensiva il mandato di Sergio Mattarella: il governo nato a febbraio è sorto come cabina di regia del Paese per affrontare sfide chiavi e puntuali, e su diversi temi, dalle scelte che riguardano il Recovery e la ripresa del Paese alla battaglia dei vaccini, il premier ha tirato dritto cercando di coinvolgere, per trascinamento, la sua maggioranza. Di fronte a una situazione che vede le forze politiche che sostengono la maggioranza puntare a mettere le loro “bandierine” ideologiche sull’esecutivo e, in particolar modo, il Partito democratico di Enrico Letta alzare la posta su temi che prescindono la risposta alla pandemia (Ddl Zan, fiscalità etc.) Draghi ha voluto sfruttare il proprio capitale politico e personale, come ricorda sull’edizione odierna del Giornale Pasquale Napolitano.

La classe dirigente fuori dai partiti

La partita delle nomine ha in questo contesto mostrato come nello Stato esista una classe dirigente in grado di produrre leadership e progetti strategici, e come molto più difficile sia ritrovare questa strutturazione e complessità di pensiero all’interno delle formazioni rappresentate in Parlamento. Aggiungiamo che la dialettica tra i partiti è resa ancora più complessa dall’ampiezza della maggioranza e dalla presenza di partite apertissime, come quella del Copasir, che pertengono al corretto equilibrio tra le istituzioni e al rispetto delle regole del gioco e capiremo perché Draghi si sia lanciato in fuga pressoché solitaria sulle partecipate pubbliche.

Non dobbiamo pensare al premier come a un “Re Sole” che ha escluso le forze politiche, per quanto Il Sole 24 Ore segnali che l’ex governatore della Bce abbia avuto colloqui con diversi leader in cui i vertici delle forze politiche hanno lamentato per il ridotto coinvolgimento dei loro ministri e abbia nelle ultime settimane cercato di aprire ai compromessi con le varie formazioni, ma all’esecutivo come a una sorta di formazione ibrida. Da un lato, su diversi dossier strategici il mandato di Mattarella è interpretato a tutto campo: il governo procede sotto la direzione del premier per quanto riguarda i nodi chiave che hanno plasmato l’esecutivo di salvezza nazionale. Dall’altro, la dialettica tra i partiti è incentivata, nel quadro delle linee guida operative, di fronte alla definizione dei provvedimenti concreti: pensiamo alla battaglia sul coprifuoco o al compromesso che ha preservato il Superbonus.

Sulle nomine, inoltre, i partiti avevano ben poche frecce al loro arco, mancando sostanzialmente buona parte delle formazioni di un progetto per il Paese capace di andare oltre la mera spartizione delle poltrone: già la delicata sessione di nomine del 2020 aveva visto un rinnovo degli amministratori delegati in carica, da Claudio Descalzi (Eni) a Alessandro Profumo (Leonardo) non solo per i risultati ottenuti sul campo ma anche per lo scarso spessore della visione del Pd di Nicola Zingaretti e del Movimento Cinque Stelle alleati nel governo Conte. Oggi, con il Recovery Fund che vedrà coinvolti in profondità gruppi come Cdp e Ferrovie dello Stato, Draghi vuole imprimere il suo segno e garantire sicurezza operativa con un management capace di garantire sia apertura al mercato interno e globale che una comprensione del ruolo delle partecipate per l’interesse nazionale italiano.

Il futuro di Draghi

L’accentramento di questa operazione non scioglie certamente il dubbio su cosa voglia, in prospettiva, fare Draghi. Si comporterà da Cincinnato del XXI secolo ritornando alla vita ordinaria dopo l’esaurimento dell’emergenza? Mira a proseguire per il resto della legislatura il lavoro da premier? Punta al grande salto a gennaio 2022 succedendo a Mattarella al Quirinale? Se l’opzione scelta sarà la seconda o la terza la dialettica coi partiti, che votano e supportano Draghi in Parlamento, il premier dovrà rafforzare in futuro sulle questioni ordinarie la dialettica con le formazioni.

“Papa straniero” cui i partiti hanno deciso di affidarsi per commissariarli, Draghi potrebbe, specie se le azioni energiche intraprese finora proseguissero con crescente successo, di essere visto come un “alieno” nei palazzi romani. Draghi, in effetti, “è considerato un marziano rispetto al sistema”, ha dichiarato a Formiche il professor Aldo Giannuli. “Se prima eri un grande personaggio a Torino, Milano o Roma, adesso non conti più nulla, la tua mediazione con gli assetti di potere esteri non serve più. Ora c’è una persona che alza la cornetta e tratta direttamente con Washington Dc”, e questo potrebbe complicare la strada a un Draghi desideroso di passare da Palazzo Chigi al Colle. Nel frattempo, però, i cento giorni di governo dell’ex governatore della Bce hanno insegnato alle formazioni che lo sostengono la necessità di ritornare a produrre una visione organica del Paese, una classe dirigente attenta ai grandi temi della contemporaneità (politica internazionale, ambiente, tecnologia e via dicendo) e di comprendere le logiche istituzionali. Pena l’azzeramento della capacità di incidere sul Paese. All’opposizione, Fratelli d’Italia ha raccolto la sfida e prova a consolidarsi: i sondaggi stanno premiando gli uomini di Giorgia Meloni segnalandone la crescita. Ma la partita delle nomine deve suonare la sveglia anche alle formazioni di governo: tornare a pensare un’idea di Paese è una sfida ineludibile. Nel bene o nel male che si veda la sua opera, Draghi non sarà infatti al governo per sempre.

Nel campo comunista di Goli Otok
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